
La Cina è un paese enorme e lontano. Per quanto, infatti, l’avvicinamento sociale abbia ridotto le distanze, i modi, i costumi, i tempi e le possibilità, la percezione, che poi è anche realtà, è che il divario tra loro e noi (inteso come occidente) sia ancora elevatissimo. Nei loro racconti, anche per come sono organizzate i luoghi di vita, c’è un misticismo diverso, il senso di abbandono e solitudine (visto dal nostro punto di vista) si esalta e quindi anche il messaggio.
Questo comporta, e veniamo a noi, che certe storie acquistano un’intensità maggiore e quindi anche una resa diversa.
Quando le luci della sala si sono accese, ironicamente, ho detto che mi era entrato un moscerino dell’occhio (e non deve essere solo a me visto che poi è stato premiato come miglior film alla Festa del cinema di Roma) e questo nonostante un tema visto e rivisto tantissime volte. Questa considerazione va a conferma di quello che sostengo da molto e cioè che un argomento non finisce mai la sua linfa, quello che lo differenzia è la capacità dell’autore di trasformarlo e renderlo in un certo senso unico. Nel particolare, Huo Xin, regista e sceneggiatrice, ha raccolto inizialmente a piene mani dalla materialità del caso e del destino per poi condirlo, raggiungendo cosi l’obiettivo morale, con un’empatia tanto silenziosa quanto empiricamente travolgente. Sostanzialmente ha preso un amore molesto, ingiusto e malato e lo ha trasformato, cambiando il protagonista, con qualcosa che si avvicina molto alla simbiosi e alla necessità. Il tutto con l’aggiunta di una naturalezza spiazzante. Il messaggio è chiaro: di fronte all’amore più alto non esiste nessun sacrificio impossibile, anzi tutti diventa ed è, appunto, naturale.
L’alchima e il contrasto asfissiante che piano piano si viene a creare tra l’amore e la morte è il vero successo del film. La seconda diventa contemporaneamente l’epilogo ma anche il punto esclamativo di quell’unione. Personalmente non credo che esisti sentimento più forte di una persona che rimanga al capezzale dell’altra sino all’ultimo secondo e questo senza mai abbassare la soglia dell’intimità e della condivisione. Certo, poi il rispettare le volontà dell’altro è tutta un altro conto e in questo caso l’oggettività non può e non deve esistere. La scelta narrativa di Bound in Heaven è chiara e allo stesso tempo estrema, ma non per questo meno condivisibile. Non è questo lo spazio per entrare in un discorso filosofico sulla scelta di come e quando morire. Certo, l’identificazione e l’immedesimazione, condividendo la scelta del film aumenta, ma diventa alla fine un di più non il cuore. Se lo analizziamo sotto questo aspetto, che poi è quello che conta, emerge un’intensità narrativa fuori dal comune, che ha avuto come conseguenza che il cuore montasse pesantezza minuto dopo minuto sino all’ultimo secondo dove, e qui torniamo al moscerino, si è lasciato andare a un grande sussulto. La particolarità è che non si è avvertito quel senso di ingiustizia tipico di situazioni come queste, ma più la dolce malinconia di un percorso mutilato, ma comunque inaspettato e bellissimo. In pratica, si è percepita più la felicita, peraltro detta dagli stessi due protagonisti, per essersi comunque incontrati che la rabbia per non aver avuto più tempo.
In questa falda tra lo sporco e l’infinito, Huo Xin ha avuto anche il tempo di inserire un altro tema: la violenza domestica. La cosa abbastanza stupefacente è che è riuscita a dargli peso senza esaltarlo più del necessario. Per la serie: in un mondo dove c’è e non possiamo nasconderlo, il buio e la solitudine, c’è e ci sarà sempre spazio per la passione e l’amore e quando questi ci sono, le barbarie sono destinate, tra il lecito e l’illecito, a soccombere. Se ci si pensa, questo è il massimo della bellezza e in qualche modo l’apice di quello a cui potremmo aspirare.
Meritano una menzione enorme i due protagonisti, Ni Ni e You Zhou. Devo essere onesto, nei primissimi secondi la ragazza mi convinceva e lui no, alla fine gli occhi erano tutti per lui. Movenze e aspetto manifestano un’attitudine e una maniacalità nell’interpretare il personaggio, ammirevoli e riuscitissimi. Lei è riuscita a mantenere una grande dose di sensualità senza per questo “sporcarsi” nei meandri ideologici del sacrifico e della dedizione.
Bound in Heaven, letteralmente Legato al cielo. Titolo bello, bellissimo. Se ci pensa e ci si spoglia dell’ovvia irrazionalità di sopravvivenza, tutti alla fine siamo destinati e legati al cielo, inteso quest’ultimo come l’attimo della nostra morte. Quello che poi alla fine varia veramente è quanto contenuto ci mettiamo in questo percorso/viaggio. Il film ci dice con morbidezza e forza che il destino conta tanto per indirizzarci in una vita o un’altra, per quanto noi possiamo forzare la mano. Esso ci da una possibile variabile senza per questo non regalarci qualche elemento universale e al quale a prescindere dalla nostra fortuna, abbiamo il dovere di attaccarci o per lo meno credere di arrivare. Donarsi a qualcun altro non è solo meraviglioso, ma quasi un atto dovuto e questo non per l’altra persona, ma per noi stessi. Xia You alla fine non si oscura per Xu Zitai, ma trova in qualche modo in lui la felicità redistribuendo le sue priorità e il suo modo con cui, al di la delle conseguenze, affronterà la vita. Emblematico come si approccia al concerto della sua band preferita all’inizio del film, quasi fosse l’unica speranza della vita, e come alla fine, che invece diventa “solo” la colonna sonora dei battiti del suo cuore.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento