
Sempre più spesso sui social capita che venga ricordato anno e giorno di uscita di un film che in qualche modo ha segnato o l’autore di tale dedica o, nella maggior parte dei casi, il cinema in generale. Il 22 gennaio è stato proprio lo stesso Carlo Verdone a ricordare che esattamente 40 anni fa usciva Borotalco, film, che per sua stessa bocca, diede una svolta alla sua carriera sdoganandolo dai personaggi e i racconti a episodi. Questa notizia, tecnicamente assolutamente normale, mi ha provocato una sorta di dolce tristezza che mi ha “costretto” sia a rivederlo per l’ennesima (ma mai sufficiente) volta che a voler condividere su queste pagine il mio pensiero.
Nadia (Eleonora Giorgi) e Sergio (Carlo Verdone) sono due giovani che si preparano per un colloquio di lavoro presso I colossi della musica, ditta che si occupa della vendita porta a porta di enciclopedie di settore. I risultati tra i due sono completamente agli antipodi: con Nadia che continua a fare contratti e Sergio che invece non riesce a farne nemmeno uno. Questo porta lo stesso Sergio a chiedere aiuto alla ragazza (i due nonostante lavorino presso la stessa azienda non si sono mai incontrati) ma le cose non andranno esattamente come prevedibile.
E’ ormai storia conosciuta che il titolo Borotalco nacque dopo una telefonata intercorsa tra Verdone e la Giorgi con il primo che spiegando il film all’attrice lo definì: “leggero come una nuvola, come borotalco”. Seppur magari nelle intenzioni, ma ci credo poco, a mio avviso questo film è tutt’altro che solo leggero essendo riuscito in maniera geniale e a tratti irripetibile a mischiare l’ironia popolare, intesa come quelle situazioni vicine a noi, con le difficoltà di trovare dei punti di riferimento, soprattutto nei giovani. Questo aspetto allora, ma potremmo dire esattamente come ora (almeno sino a due anni fa, pre-pandemia per intenderci), era predominate nelle nuove generazioni che molto spesso si barcamenavano tra sogni e illusioni. Sergio e Nadia, volevano essere lo specchio di quel modo di affrontare la vita con l’aspirazione che molto spesso aveva la meglio sulla realtà e con il mito dell’avventura sempre a portata di mano quasi fosse l’elisir indispensabile per affrontare la vita. L’uomo maturo e avventuroso, nel caso specifico il meraviglioso Manuel Fantoni (Angelo Infanti), non è altro che lo specchio della specialità, di quella voglia di sentirsi unico e, appunto, speciale che ogni generazione ad un certo punto sente di dover essere. I suoi ammalianti racconti, con sullo sfondo il mito americano di quegli anni, è come se fossero la panacea alla noia, la possibilità di astrarsi a una realtà che improvvisamente si sente stretta. Questa percezione, che poi è uno dei motivi che rendono questo film immortale, può essere accomunata a qualunque periodo seppur con un adattamento (vedi la rivoluzione sonora che stava attraversando il nostro paese all’epoca) che ovviamente segue i suoi tempi. L’attrazione del lontano, e come detto del famoso e dell’avventuroso, però rimane la stessa per ogni periodo cosi come il voler inseguire ideologie che per qualche ragione (e sarà sempre cosi) consideriamo indispensabili e vicine. La capacità di inventare, infatti, è direttamente proporzionale a quella di sognare, con un’attitudine al crederci che non è altro che la foto di quell’essere spugne che una determinata età ci fa essere.
Accanto a questo il tema sempre verde (purtroppo) del lavoro, con lo sbocco commerciale (lo dico per esperienza) che se da un lato può sembrare apparentemente una scelta minore dall’altro invece apre confini inimmaginabili, per lo meno come capacità di esprimersi e confrontarsi. Se analizziamo la crescita e gli errori morali soprattutto di Sergio, dei due protagonisti, in particolar modo nell’affrontare le relazioni amorose, rende perfettamente l’idea e il principio pocanzi evidenziato. Proprio la ricerca delle proprie aspirazioni si combina con il cuore, nonostante la difficoltà sia di accettarlo che di metterlo in pratica. Sergio e Nadia, infatti, ad un certo punto si violentano cercando nella quotidianità e nella conseguenzialità sentimentale (si sposano senza convinzione) la propria strada per poi capire, grazie a lei (guarda caso?), che invece la loro potesse e dovesse essere un’altra fatta di slanci e soprattutto di soddisfazione. La sensazione è che nel sogno, inteso come situazione non normale come l’essere chi non si è, abbiano ridefinito il loro io con i vestiti che avevano ormai stretti e sgualciti.
Tutto questa meravigliosa e leggera magia, tra costruzioni mentali e solide realtà (a volte coincidenti), vengono arricchite da una sceneggiatura comico/ironica (Enrico Oldoini co-autore a Verdone) a momenti inarrivabile, con battute (il monologo di Brega nella sua bottega è storia del cinema) che sono entrate nel gergo azzarderei settimanale di almeno cinque/sei generazioni. E’ questo, mentre si ripetono le battute, nonostante sia l’ennesima volta, con una soddisfazione immutata e crescente quasi fosse ormai un qualcosa di proprio e personale.
Il film per quello che voleva rappresentare e per il modo con cui è stato pensato all’epoca è interpretato in maniera fantastica. Eleonora Giorgi, vincitrice di premi a ripetizione, è meravigliosa, l’esatta dimensione di quel misto tra sognatrice e ingenua a cui il personaggio si ispirava. Verdone è altrettanto immenso con quella capacità di swicth, sia vocale che di gesti, irresistibile e poetico. E poi c’è Brega…che è un’altra storia.
Molto spesso, da più parti, si sente dire che le cose si evolvono e che ogni tempo ha le sue regole d’espressione, libri, film o manifestazione artistiche che siano. Tutte fandonie. Le cose belle rimangono immortali a qualunque cosa con una luminescenza sia per i nuovi (che ne hanno voglia ovviamente) che per i vecchi spettatori immutabile e intoccabile. Borotalco fa parte di questa categoria di opere, di quella magia che si crea tra vissuto, ricordo e scoperta con una capacità di farti ridere e sognare indispensabile ieri come oggi.
Jonhdoe1978
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