
Dalle Stelle alle Stalle e il Lupo perde il pelo ma non il vizio sono due famosi proverbi molto distanti tra di loro sia per presupposto che per messaggio finale. Ma poi capita, come per tutte le cose così lontane, che i due si incontrino, quasi per caso, in un punto, un avvenimento o una persona.
Jasmine (Cate Blanchett) è una donna affetta da problemi di stabilità emotiva accentuati dalla burrascosa fine del suo matrimonio con Hal (Alec Baldwin), famoso uomo d’affari, reo di aver truffato decine di persone con fittizie speculazioni finanziarie. Finito in carcere si è tolto la vita costringendo Jasmine, a cui lo Stato ha tolto ogni bene, a trasferirsi dalla sorella Ginger (Sally Hawkins) nel tentativo di riprendere le fila della propria vita.
Woody Allen è autore di un film triste, disilluso e che va a toccare le fragilità, le complessità e le frustrazioni dell’animo umano. Lo fa a suo modo, con una sceneggiatura serrata e tagliente dietro la frenetica debolezza dei dubbi e delle insicurezze. E’ il festival dell’apparire, della crisi di identità di tutta una nazione troppo intenta a fare vedere la propria parte più bella nel chiaro intento di nascondere l’intima paura di non essere più all’altezza.
In Blue Jasmine c’è la perdita dei riferimenti principali, l’incapacità a ritrovarsi in un habitat che si ritiene innaturale e a cui non si era abituati, mentendo, per primi a se stessi, pur di mantenere il proprio rango. Già, proprio Lei, Jasmine, troppo piena della sua vita, dei sui agi, dei suoi privilegi, ha chiusi gli occhi davanti sia alle continue infedeltà del marito che alle sue frodi fiscali, di cui si è rese partecipe inconsciamente, sapendo e non volendo vedere. Un tipo di atteggiamento che si è ritrovata a fare tempo dopo con delle bugie diverse ma non per questo meno gravi e con una finalità tutt’altro che differente da quella iniziale: lo status sociale.
In tutto questo non c’è spazio per l’amore o per i sentimenti e anche Ginger, sorella della nostra protagonista, sino ad allora convinta nel poco ma insieme, si fa soffocare dall’aspirazione, dall’eterna menzogna che bisogna sempre pensare che ci sia qualcosa di migliore quando invece, proprio quel migliore possiamo già averlo accanto e davanti agli occhi. La rabbia di Jasmine, il suo continuo guardarsi indietro, infatti, non riguardano solo la mancanza di quello che sarebbe dovuto essere l’idillio del cuore, ma, soprattutto il suo modo di vivere, quel suo avere tutto, nel senso materiale del termine.
Tutto il film è un continuo andare avanti e indietro tra presente e passato attraverso gli occhi e i ricordi della protagonista, spesso sbiaditi dall’ansia, dalle nevrosi di una vita andata e di una che ancora non ha direzione e stabilità. Allen è bravo nel mostrarcela nei tempi giusti aiutato senza ombra di dubbio dalla splendida interpretazione di Cate Blanchett (Oscar Migliore Attrice) che si prende scena e riflettori riuscendo a oscurare anche Alec Baldwin, meno incisivo e padrone rispetto al solito.
Personalmente credo che quando Allen ha scritto e pensato questo film non stesse attraversando un periodo positivo o meglio, non aveva una prospettiva felice di quelle che erano le dinamiche sentimentali e sociali. Il trasferire il luogo principale di tutta la storia dalla sua amata New York a San Francisco è un chiaro segnale di distanza, di come in quel momento le sensazioni si fossero allontanate dal suo posto naturale, sostituite da surrogati meni profondi ma più tangibili, nel senso futile del termine. Il problema però, a mio avviso, non è l’idea di base e la costruzione iniziale del film ma, come spesso gli è accaduto, il messaggio finale, con quella strana sensazione che ti fa sentire come troncato troppo in fretta un racconto che necessitava di una cura maggiore. Rispetto agli ultimi lavori ha tirato fuori, prima della fine, un elemento di rottura, il motivo per cui è stato arrestato Hal, che è riuscito a dare una sferzata e una direzione definitiva a quello che voleva essere il suo pensiero: la finzione non dura, primo o poi la vita viene a presentarti il conto e questo non sempre in maniera logica o comprensibile.
Dal mio punto di vista, però, la fine doveva essere drastica, era la giusta conclusione di quello che si era visto, l’apice di una lenta distruzione, continuata anche quando sembrava che le cose per la protagonista, stessero tornando a una sorta di normalità. Invece si è scelta una soluzione interlocutoria che a mio avviso, ha tolto respiro a una sceneggiatura profonda (sicuramente la migliore da Match Point in poi) e che era riuscita a toccare tante sfaccettature emotive, tante personalità differenti, ognuno con le sue fragilità. Ma come spesso ho avuto modo di dire, il finale è la spada definitiva di quello che ci viene mostrato, è quella lama che può ucciderci, ferirci, graffiarci o addirittura, mancarci del tutto. Blue Jasmine ha solo fatto un graffio, e non è sufficiente quando per molto ha cercato di entrare dentro i sentimenti e le nostre idee di amore, priorità, paure e disagi. E’ come una persona che ci ha invitato a cena e al termine del secondo piatto, seppur cortesemente, si alza e se ne va. Per quanto bene siamo stati sino ad allora, il senso di incompleto ci rimane e con esso la domanda di cosa sarebbe successo se tutto fosse finito come era cominciato.
Jonhdoe1978























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