
Dopo che un bruttissimo incidente stradale lo lascia quasi paralizzato, la scelta di non operarsi e di farsi impiantare per sei mesi, un esoscheletro simile ad un collare fissato direttamente sulle ossa del cranio, la carriera del campione del mondo della boxe Vinny Pazienza (Miles Teller) sembra finita. Tuttavia, sotto la guida dell’ ex pugile Kevin Rooney (Aaron Eckhart) e contro il parere di tutti, soprattutto del padre Angelo (Ciarán Hinds), Vinny comincia un duro allenamento, con l’ intenzione di tornare sul ring e riprendersi il titolo mondiale perso.
Un campione di pugilato (quasi sempre americano) cade e va in rovina (per questo o quest’ altro motivo), ma grazie alla forza di volontà (o all’ aiuto di un amico, un allenatore o un manager), riesce a rimettersi in piedi, tornare a combattere e ad entrare nella “Storia”. Quante volte abbiamo ascoltato questa favola? Quante sceneggiature (originali e non) con la stessa medesima struttura, si sono trasformate poi in un film?
Bleed – Più forte del destino è l’ ennesima e, molto probabilmente nemmeno l’ ultima, pellicola sul “riscatto”…sul sogno del protagonista che non si arrende mai e supera ogni avversità per raggiungere il proprio scopo. Riuscendoci fra l’ altro. Con l’ ulteriore handicap, questa volta, della lapalissiana intuibilità del finale, frutto del poco fantasioso titolo e dell’ ispirazione ad una storia vera, quella del pugile italoamericano Vincenzo “Vinny” Pazienza.
Sembra quasi che il regista Ben Younger, lontano dalla macchina da presa da dieci anni dopo Prime, lo abbia fatto apposta: affrontare una sfida, come quella del protagonista e del pugile a cui si ispira il film, per dimostrare al mondo che non si è ancora del tutto finiti.
Durante le due ore di Bleed ci sono sicuramente delle cose apprezzabili: la scelta di restare sul “classico” e di non guidare mai fuori dalla carreggiata di schemi che hanno fatto la fortuna di questo genere di film, oppure la semplicità con la quale, in pochissime inquadrature, Younger riesca ad inquadrare ogni singolo personaggio della storia, per poi puntare tutto sulla sofferenza (vera protagonista del film a discapito della boxe). Bastano pochi elementi scenici al regista per farci capire l’ estrazione sociale dei protagonisti e la natura delle loro scelte ed azioni. Occhiali a specchio, scarpe di vernice, colori accesi e tessuti acetati combinati con belle auto e ragazze , alcool e tavoli da gioco…tutto parte di quel mondo di chi ha vissuto la fame e che ha bisogno di “dimostrare”.
Per il resto, purtroppo, la sfida di Younger si limita ad essere un enorme “collage” di elementi scopiazzati (egregiamente, questo va detto) qua e la in tutto ciò che lo ha preceduto. Le famiglie numerose tutte intorno a grandi tavoli per la cena già viste in The Fighter di David O. Russell, il tema della sofferenza del corpo affrontato (in maniera ovviamente diversa) in Million Dollar Baby di Clint Eastwood, la caduta e la risalita al titolo perso di capisaldi come Rocky di John G. Avildsen o Alì di Michael Mann e, naturalmente, un enorme “occhiolino” strizzato alla poesia sull’ italoamericanità creata dal maestro Martin Scorsese (in questo caso nel ruolo di Produttore Esecutivo, oltre che di mentore), fatta di case rigonfie di ammennicoli e reliquie religiose di ogni genere, violenza domestica e battibecchi familiari.
Addirittura appena un anno prima Antoine Fuqua aveva portato sugli schermi la storia del pugile Billy Hope con Southpaw, dove la struttura resta la stessa, ma il protagonista (interpretato da Jake Gyllenhaal) tocca il fondo per una motivazione diversa.
Bleed riesce alla fine a vincerlo il suo “Round finale” con il pubblico, ma deve sicuramente molto anche alle buonissime e convincenti prove di Eckhart e Teller, con quest’ ultimo che si conferma come simbolo della sofferenza cinematografica, dopo le sudate pene subite in Whiplash. Resta comunque alla fine un senso di incompiuto, come se le parole di insegnamento di Rooney a Pazienza sulla differenza che passa fra la consapevolezza dei propri rischi ed una scommessa, fossero state prese per buone dal pugile (che alla fine scommette comunque su se stesso) e troppo sul serio dallo stesso regista, lasciando l’ impressione che con questa storia, questi attori e la possibilità di imparare da chi li ha preceduti, si potesse fare di più…molto di più, sopratutto sulle coreografie degli incontri.
P.S.: Prendetevi qualche secondo in più per guardare anche i titoli di coda, dove alla fine ci sono degli estratti di un’ intervista al vero Vinny Paz.
Alessandrocon2esse























Lascia un commento