
Fare uno spin off, inteso come approfondimento di un personaggio parzialmente secondario in un contesto considerato principale, è a mio avviso molto complicato. La possibilità di trovare discrepanze o meglio, non perfette coincidenze con la storia madre è sempre alta. Rischio che aumenta se, come nel caso specifico, si narra di un momento passato ben preciso quale preludio di un futuro nefasto di cui si è a conoscenza.
Ohio 1995. Melina Vostokoff (Rachel Weisz) e Alexei Shostakov (David Harbour) sono due spie russe che vivono, insieme alle bambine Natasha Romanoff e Yelena Belova, negli Stati Uniti sotto false vesti. La loro apparente tranquillità è sconvolta dal furto che l’uomo fa di un floppy disk in un centro ricerca, che li costringe a fuggire in fretta e furia verso Cuba. Qui ritrovano Dreykov (Ray Winstone) dittatore russo famoso per aver creato la stanza rossa, luogo dove alcune ragazza vengono addestrate, con costrizione, a diventare delle perfette macchine da guerra. Sia Natasha che Yelena vengono rinchiuse li.
2016. Natasha Romanoff (Scarlett Johansson), dopo gli eventi di Civil War è in fuga dagli Stati Uniti e si rifugia in Norvegia presso l’amico Rick Mason (O. T. Fagbenle). Yelena (Florence Pugh), invece, mentre esegue un ordine, viene a conoscenza di una misteriosa sostanza che riesce a disinnescare il condizionamento mentale a cui tutte le vedove nere (nome delle ragazze uscite dalla stanza rossa), lei compresa, sono state inconsapevolmente obbligate.
Uno dei momenti più sentimentalmente coinvolgenti di Avengers Endgame, ovviamente dopo l’ormai iconico Io sono Iron Man di Tony Stark, è senza ombra di dubbio il salto nel vuoto di Black Widow sul pianeta Vormir. E questo sia per il gesto in se, intriso di speranza e altruismo, che per la fine del percorso di un personaggio che, con il passare del tempo, è stato accettato, compreso e amato. Partendo da questo presupposto, un lungometraggio postumo a esso dedicato è sembrato, almeno per chi scrive, più una specie di omaggio mediatico ed emozionale, un approfondimento affettivo comunque, fine a se stesso. Questa sensazione mi ha avvolto per quasi tutta la durata del film ed è rimasta intatta anche dopo gli ultimi secondi del classico post titoli di coda marvelliani, anche se ha hanno aperto di fatto, tutto un altro filone di possibilità.
Ma andiamo per gradi.
Il film in se mi ha dato l’impressione di essere leggermente squilibrato, con una rapporto spiegazione/azioni, soprattutto nella parte centrale, sproporzionato e approssimativo. Si è passati da momenti sentimentalmente travolgenti, figli spesso delle sensazioni di cui si diceva all’inizio, a passaggi superficiali e incomprensibili nei quali si sono date per scontate alcune dinamiche a mio avviso, importanti. I rapporti genitori/figlie e sorella/sorella hanno faticato a ingranare e si è dovuto aspettare la fine, troppo per quello mostrato, per arrivare a una specie di zona morale adeguata alle parole e ai gesti. La derivazione russa dei protagonisti, per definizione rigida e poco espansiva, non giustifica, se non all’inizio, tale approccio e questo soprattutto in considerazione del ruolo e del modo di comportarsi che ormai Natasha aveva raggiunto nel mondo Marvel.
Di un livello di nuovo straordinario, e sinceramente non si avevano molti dubbi, le scene action, che trovano il loro punto più alto nell’ultime mezz’ora, dove forza e ampiezza visiva trovano il loro punto d’incontro perfetto. Ottimo viatico per quello, come detto pocanzi, che è stato il vero colpo di scena del film: gli ultimi secondi. Qui si è dimostrato che tale storia non è stata altro che l’ennesimo piccolo tassello di un discorso a lunghissimo raggio.
Devo essere onesto, visto le capacità, mi aspettavo molto dal trittico Rachel Weisz, David Harbour e Scarlett Johansson. Soprattutto quest’ultima è stata autrice, sorprendentemente, di una prova altalenante, con momenti di apparente apaticità che non hanno permesso di entrare pienamente nella cuore della vicenda. Più convincente Florence Pugh e di questo, viste le intenzioni, di certo può essere contento il colosso statunitense.
Nel momento in cui abbiamo visto Natasha precipitare in nome di una salvezza collettiva, intimamente in ogni spettatore, si è chiuso un ciclo, come fosse un indispensabile sacrificio per arrivare all’epico scontro. Il favore nei confronti di questo personaggio, nonostante il ruolo per lunghi tratti marginale, è stato sempre alto legato a mio avviso, sia dal mistero delle sue origini che dall’attrice che lo interpretava. Questa simbiosi, che ha trovato il suo apice proprio in Avengers Infinity War prima e Avengers Endgame dopo, forse non meritava un riconoscimento postumo e questo per l’inevitabile chiusura temporale che la storia avrebbe dovuto avere. Detto questo, la trama regge quasi totalmente, gli autori sono stati attenti a stare lontano dal contesto madre, con una chiusura che collima con gli eventi futuri. Rimane però, in me la sensazione di non necessario. Il vero cuore della vedova nera era già esploso in tutta la sua potenza nei film precedenti, tra contraddizioni e cambiamenti, possibilità e ambizioni e questa appendice aggiunge poco o nulla a quest’onda emotiva, nonostante un’apertura interessante per quanto all’apparenza troppo fantasiosa.
Jonhdoe1978
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