
Ci sono certe trame che per funzionare hanno bisogno di un determinato sfondo storico/sociale. Se tolte infatti, da quel determinato contesto, perdono quelle peculiarità che le rendono intriganti e sensorialmente realistiche.
Siamo nel 1978 e nei sobborghi di Denver continuano a sparire giovani ragazzi senza che nessuno riesca a capire il perché. Il Rapace, questo il nome con il quale ormai tutti chiamano questo misterioso rapitore, agisce senza nessuno schema preciso e soprattutto, senza che le vittime, se non l’età, abbiano qualcosa in comune. L’ultima sua mira è Finney (Mason Thames), ragazzo timido senza la madre, con un padre violento e alcolizzato e una sorella Gwen con la quale ha un rapporto simbiotico.
Dopo ben 5 anni dal, a mio avviso ottimo, Doctor Strange, che ha segnato una curiosa e intrigante variabile al suo percorso, Scott Derrickson torna a far parlare di se con il genere che lo ha reso celebre: l’horror. Per farlo si è affidato, riscrivendolo e adattandolo cinematograficamente, a un racconto breve di Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillström King (figlio di Stephen King). Il risultato di Black Phone, questo il titolo, seppur lontano da Sinister e The Exorcism of Emily Rose (anch’essi scritti e diretti da Derrickson), è sostanzialmente sufficiente e questo, nonostante una trama lineare e per certi versi ben conosciuta per gli spettatori di questi tipi di storie, per aver mantenuto una sorta di mistero su certe dinamiche che, se approfondite nella maniera sbagliata, avrebbero potuto far naufragare un equilibrio comunque, c’è da dirlo, al limite. Se infatti, l’origine dei poteri da medium di Gwen viene spiegata per essere presenti anche nella madre, quello che succede intorno al “telefono nero” è lasciato, e mi ripeto intelligentemente, più sospeso, gestendolo più come il mezzo per arrivare al risultato che come qualcosa da spiegare completamente. Questa saggezza tra onirico e reale, specialmente della parte finale, ha permesso a tutto il film di scivolare con piacevolezza facendo superare, come detto, quella sensazione iniziale di stare per assistere alla solita trama.
Pocanzi parlavo di situazione “al limite” cosi come nella premessa di sfondo storico/sociale. Le due cose, seppur apparentemente distanti, sono, a mio avviso, estremamente collegate. Questa similitudine nasce dalla profonda percezione che la storia, per come è stata pensata, con uno svolgimento per certi versi prevedibile (e qui sta il limite dell’accettabile), regge ed ha ragione di essere solo perché è confinata a cavallo tra gli anni ’70-’80. Questa considerazione nasce sia dall’esperienza visiva con la quale quelli della mia generazione, ma anche quella precedente e successiva, sono cresciuti, e che assimilano determinare dinamiche a certi contesti, che dall’evidenza che in un ambito tecnologicamente e moralmente diverso tutto il racconto sarebbe diventato troppo fantasioso e di conseguenza artificioso e labile.
Tralasciando solo per un secondo la gestione della fine, su cui tornerò tra pochissimo, vorrei soffermarmi un attimo sulle scelte registiche di Derrickson. Su alcune, conoscendone le qualità specifiche e generali, sono rimasto molto perplesso e questo solo perché mi sono sembrate “normali” e distanti dalla magia mostrata in tutti i suoi lavori, Sinister su tutti. Se si esclude infatti, qualche ottimo gioco di sovrapposizione nella penombra a metà film, il resto è estremamente scolastico e troppo poco personale.
Il finale, ben costruito, per un attimo mi ha dato l’impressione di mischiare le carte giocando sulla sovrapposizione motivazione (nei gesti non sul fine) tra vittima e carnefice. Per un secondo, infatti, mi è venuto in mente l’ultimo episodio del film Trilogia del terrore, per quella sorta di trasposizione mentale e di intenzione che ci poteva essere tra buono e cattivo. Se questa idea, o meglio la volontà anche se per poco, di insinuare questo dubbio fosse nelle intenzioni dell’autore non lo so, ma di certo ha dato una scossa agli ultimi minuti.
Impossibile non dedicare qualche parola ad Ethan Hawke nonostante non sia il vero protagonista, anzi, della pellicola. Quello che pesa della sua interpretazione è l’idea. Il suo Rapace recita quasi tutto il tempo con la maschera ma il sapere che c’è lui dietro gli da un peso specifico diverso. E più o meno la stessa cosa del contesto sociale: la percezione cambia la sensazione dando un peso e una profondità al complessivo completamente diversa.
Black Phone è un film complessivamente gestito bene ma che manca, se non in rarissimi momenti (tra cui quello della sovrapposizione di cui ho parlato, anche se rimane più un’impressione personale) di picchi emotivi importanti. Scivola, e lo fa anche con capacità, ma non lascia quei brividi e quell’ansia soffocante che film del genere dovrebbero dare e questo nonostante un ottimo bilanciamento narrativo tra realtà e percezione della realtà. C’era sostanzialmente da aspettarsi qualcosa in più soprattutto, dopo le reiterate notevoli prestazioni che Scott Derrickson aveva mostrato nei suoi lavori precedenti. E li si che erano stati brividi…e tanti.
Jonhdoe1978
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