
Big Wedding di Justin Zackham si apre con un lampo: Robert De Niro con la faccia tra le gambe di Susan Sarandon, che viene interrotto sul più bello da Diane Keaton, in una gag volutamente spinta che promette una commedia sfrontata… magari persino cattiva.
È purtroppo però un’illusione di pochi minuti.
Passato lo shock iniziale (e qualche altra trovata da “risata facile” tra sesso orale, imbarazzi anatomici e confessioni a tavola), il film si sgonfia in fretta, rivelando la natura di operazione stanca: un wedding movie da manuale, per giunta remake di Mon frère se Marie di Stéphane Bron, che procede per accumulo di sottotrame e stereotipi e finisce per sprecare un cast da capogiro.
Il pretesto è uno dei più pigri del genere: Don e Ellie Griffin (De Niro e la Keaton) sono divorziati da quindici anni, lui convive con Bebe (la Sarandon), che (dettaglio non secondario) è l’ex migliore amica di lei. Il figlio adottivo Alejandro (Ben Barnes), colombiano, sta per sposare l’irlandese Missy O’Connor (Amanda Seyfried). Il problema? Sta arrivando la madre biologica, Madonna Soto (Patricia Rae), cattolicissima e anti-divorzio. Soluzione: far finta che Don ed Ellie siano ancora sposati, mettere Bebe “in panchina” e allestire una commedia delle apparenze che dovrebbe scatenare equivoci, rimpianti e detonazioni emotive.

Solo che Zackham, che scrive e dirige, non trova mai il ritmo né la misura. Il film infila tutto: la rivalità tra ex e nuova compagna, i consuoceri bigotti e ipocriti (con tanto di madre della sposa devastata dalla chirurgia plastica), l’attrito WASP vs latini, la satira sulla religione, i fratelli problematici, le gravidanze, i tradimenti. Ma ogni linea narrativa è risolta con la stessa noncuranza con cui viene introdotta: i conflitti si sciolgono da soli, le crisi evaporano, l’infertilità e la fedeltà sono trattate come interruttori, la psicologia è ridotta a slogan.
In certi passaggi sembra che il film rinunci perfino a far ridere e si rifugi, senza transizione, nei buoni sentimenti da cartolina: siamo tutti imperfetti, l’amore ha mille forme, l’importante è la famiglia. Il problema è che questa “saggezza” appare posticcia, appiccicata sopra una struttura che non regge.
Il cast, sulla carta, è un invito irresistibile. In pratica è un’assemblea di fuoriclasse mandati in campo senza schema. De Niro fa il solito “Maschio Alfa” in versione scultore bohemien e bevitore in disintossicazione, ancora convinto di poter governare il caos a colpi di charme e pillola blu: qualche guizzo lo conserva, ma spesso sembra galleggiare. La Keaton interpreta l’ex moglie come una coscienza onnipresente, spiegando e commentando tutto con un’invadenza che schiaccia l’ambiguità e cancella qualsiasi sottotesto: non c’è spazio per lo sguardo, perché il film ha paura del silenzio e dell’allusione. La Sarandon, paradossalmente, è la più penalizzata: il ruolo della compagna “esclusa” che dovrebbe sprigionare rabbia, dignità e vendetta rimane smorto, ridotto a reazioni da operetta. E Robin Williams, che pure avrebbe materiale perfetto con il ruolo di Padre Monaghan (un prete alcolista, celebrante e confessore), è usato al minimo sindacale: due-tre comparsate, un paio di battute, nessuna vera invenzione.

Il peggio arriva con i personaggi giovani, sacrificati a macchiette. Alejandro e Missy, teorici protagonisti, sono quasi accessori. Jared Griffin (Topher Grace) è il “trenta-quarantenne vergine” da lotteria ospedaliera, messo in moto da una sessualità caricaturale che diventa presto imbarazzante: la colombiana Nuria Soto (Ana Ayora), sorella biologica dello sposo, trattata come un concentrato di esotismo e voracità, pronta a “iniziare” il ragazzo in una sottotrama che oscilla tra misoginia e cattivo gusto. Lyla Griffin (Katherine Heigl) è un fascio di nevrosi e risentimento, costretta a monologhi verbosi e a una linea “genetica” risibile (tradisco perché ho i geni di papà) che dice molto della scrittura: quando non sa come motivare un comportamento, la sceneggiatura invoca il DNA come scusa universale.

Ecco allora che Big Wedding diventa qualcosa di più deprimente di una commedia mediocre: un film convinto di essere moderno perché mette in scena divorzi, famiglie ricomposte, lesbiche, cattolici, libertini e moralisti, ma lo fa con l’aria di chi ripete lezioni già sentite, senza vera ironia né scomodità. La trasgressione è gratuita e a basso voltaggio; la normalizzazione finale è così forzata da sembrare un atto di resa.
Rimane un guazzabuglio patinato, pieno di cliché e privo di mordente, che sopravvive solo a “spizzichi” (qualche sketch e qualche faccia nota) e che, nonostante la durata contenuta, riesce nell’impresa di sembrare più lungo.
Un grande matrimonio? Sì, ma solo nel senso di grande spreco.
Alessandrocon2esse
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