
Quando usci la notizia dell’uscita di uno spin off de La casa di carta interamente dedicato a Berlino, chi ha letto il mio Primi Piani lo sa, un soffio di attesa ed eccitazione mi ha attraversato. Dopo le preoccupazioni di rito, quando si va a toccare qualcosa di bello ci sono sempre, la mia assicurazione era rappresentata da Alex Pina. La considerazione era più o meno questa: solo colui che quel personaggio se lo è inventato e curato può rendere degno un suo approfondimento, se non altro senza fargli smarrire, cosa più importante, tutte le peculiarità che ce lo hanno fatto amare. Purtroppo sbagliavo.
Premettendo che non si tratta di un prodotto tutto da buttare, la sensazione (come d’altronde l’ultima parte della serie madre) è che l’autore si sia in qualche modo commercializzato troppo, cancellando e limitando quell’azzardo emozionale che invece, è stato il motivo del suo successo. Se escludiamo l’inizio, i primi 20/30 minuti facevamo presumere a qualcosa di grandioso, questa serie piano piano si appiattisce diventando la copia senza sussulti di molte altre storie. Il carattere ambivalente di Berlino, il suo essere bastardo, senza pietà e amorevole, diventa un senso unico verso l’estetica e l’amore verso una donna, che invece, sono solo dei lati del suo carattere. Tale struttura monotematica, ancor peggio e purtroppo, si estende anche a tutti gli altri personaggi che cosi alla lunga perdono di intensità e di mistero. Il finale, da tutti felici e contenti mal si concilia con l’andare normale della vita cosi da aggiungere forzatura a forzatura. Anche l’estremizzazione degli eventi (ad un certo punto tutto sembra collare ed è evidentemente troppo), allontana parzialmente lo spettatore dalla storia e questo per quell’equazione che vuole che troppa carne al fuoco non soddisfa la fame, la fa passare.
L’unico elemento veramente riuscito è l’ideazione e la realizzazione del piano (almeno sino alla fuga). Quel tipo di pianificazione, la voce fuori campo, e la sovrapposizione tra parole ipotetiche e gesti effettivi, cosi come per La casa di carta, rapisce e in molti tratti, ammalia. Peccato che poi la programmazione sparisce, cosi come successo per l’ultima parte del piano del Professore, e tutto diventa qualcosa oltre che ti improbabile anche di già visto. Il lasciare aperta la porta a una seconda stagione (per fortuna se questo non avvenisse nulla cambierebbe in termini di conclusione essendo comunque questa storia antecedente ai fatti della Zecca) mostra ancor di più quella mia impressione sulla commercializzazione di storia e personaggio: non è importante cosa si racconta ma che lo si racconti.
Entrando nell’ipotetico e nel dolce (quasi sempre) mondo delle aspettative, quello che mi aspettavo e che credo fortemente avrebbe dovuto essere fatto, è scendere nell’anima di Berlino, approfondendo le sue fratture e la sua ambiguità. Così come strutturato ne emerge un personaggio quasi approssimativo o comunque dentro agli schemi del sentimento e dell’amore, cosa che in realtà lui non è mai stato.
Anche la comparsa della Murillo e della Sierra è quasi inutile. Certo, l’intenzione è che si sia cercato di dare un ponte tra le due storie ma si doveva fare in un altro modo. Detto in soldoni, ne escono male anche loro, soprattutto in considerazione di quello che poi faranno.
Inevitabile capitolo Pedro Alfonso. In mezzo a questa confusione narrativa, non nella consequenzialità ma nell’approccio intimo/empatico, la sua interpretazione emerge nuovamente. Non parla come dovrebbe, non si comporta come dovrebbe, ma riesce ad essere ammaliante, contagioso e intrigante. Non riesco ad immaginare cosa ne sarebbe uscito fuori se avesse cavalcato completamente tutto l’essere e l’apparire che avevamo visto e ammirato nella serie genitore…
Tirando le fila, deluso? Non posso nasconderlo. Mi aspettavo qualcosa di devastante e irresistibile e invece, mi sono trovato di fronte a una storiella gestita anche malino: bene all’inizio, troppa lenta al centro e colpevolmente accellerata alla fine. E a mio avviso, non bastano piccoli elementi positivi sparsi qua e la per renderla almeno sufficiente. La parte finale, la fuga di Andres e Damian è imbarazzante sia nell’ideazione che nella spiegazione/rappresentazione, avrebbe potuto salvare qualcosa, ma si è voluto ammorbidire e cavalcare la “normalità” sino alla fine facendo cosi smarrire quell’eccezione che ha fatto sì che Berlino fosse di gran lunga il più amato tra i personaggi de La casa di carta. Ricordiamoci la prima e la seconda stagione e di come è riuscita ad far emergere la sua anima perversa e macchiata dalla vita e dal dolore e paragoniamola a quella vista ora, siamo distanti, troppo distanti. Il genio e l’amante è solo nelle intenzioni e quello che rimane è di un uomo d’altri tempi quasi senza macchia e questo, come tutti sappiamo, non può essere. Dov’è la sua ambiguità sessuale e di comportamento? Dov’è il rancore verso il mondo (come sappiamo anche oltre la malattia) e il suo modo di esorcizzarlo con la bellezza e l’amore ossessivo? Dove il sogno complicato di unire il sentimento all’estremizzazione dei gesti? Qui non c’è ne traccia, tranne nella concezione sognante dell’anima gemella e della relatività del tempo, e se non fosse per il ricordo di quello che sappiamo, che cosi riesce ad armonizzare qualche momento, il contenuto che emergerebbe è dell’ennesimo gruppo di ladri che fanno e si comportano senza nessuna sorpresa sentimentale e qualcuno, fatto bene, nella struttura del colpo.
Jonhdoe1978























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