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Banana Joe (1982) di Jonhdoe1978

⭐11 Aprile 2020 ⭐ Contrassegnato con: Banana Joe, cinema, Recensione Banana Joe

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Le radici non le scegliamo noi. Nel momento in cui apriamo gli occhi per la prima volta, vediamo i colori, i sapori, e gli odori che ci accompagneranno almeno per la prima parte della nostra vita. Poi arriva la coscienza, la personalità e l’ambizione che però dovranno sempre fare i conti con il contesto socio/culturale dal quale deriviamo.

Banana Joe (Bud Spencer) è un orfano americano adottato dal piccolo paese colombiano di nome Amantido. Passa il tempo commerciando banane (le più buone del paese) lungo il fiume in cambio di beni utili ai nativi Indios del suddetto paese, che lo considerano a tutti gli effetti come il loro protettore. La sua vita procede tranquilla, sino a quando il Boss della zona, tale Torsillo (Giuafranco Barra), decide di mettere proprio in quel punto, un’industria di banane al fine di arricchirsi. Joe si ribella ma, costretto a sottostare alle leggi vigenti, si reca in città, a Puerto Grande, per ottenere tutti i documenti per ottenere la licenza per la commercializzazione del frutto giallo più famoso del mondo.

La prima cosa che mi ha colpito di questo film è leggere che il soggetto era dello stesso Bud Spencer. E’ come se ad un certo punto della carriera abbia voluto portare su schermo, temi e problematiche che aveva a cuore. Per farlo si è affidato a quel meraviglioso regista che è stato Steno (Stefano Vanzina), che fa parte di diritto dell’Elite della cinematografia italiana. Per chi non lo conoscesse, suggerisco di andare a vedere la sua filmografia.

Banana Joe è un orfano cresciuto fuori dalle dinamiche sociali contemporanee, il suo sapere si ferma al rispetto e alla sopravvivenza. Le sue regole di vita sono la semplicità e il baratto, dare a un terzo la materia prima della propria terra in cambio di altrettanti beni di prima necessità e di sussistenza, prima per la sua gente e poi per se stesso. Poi capita che per forza maggiore, deve fare i conti con una realtà diversa, ricca di quel retro intento di opportunismo a cui non è abituato, e a cui reagisce a modo suo: dando per scontato che quello che gli si dice sia la verità. E lo scontrarsi con degli incastri diversi, fatti di sotterfugi e opacità, lo fanno crescere, gli fanno vedere il mondo sotto un aspetto finora sconosciuto ma senza esserne ne cambiato ne ingrigito.
E’ lo scontrarsi con la burocrazia, duramente attaccata, dell’epoca come di ora e alle sue bieche e inutili pieghe, per avere un semplice timbro, riconducibile a un solo secondo di lavoro, c’è bisogno di ore, giorni, almeno che non si conosca e allora tutto diventa più facile.

Questo film ha una delicatezza disarmante, un modo soffice di affrontare le differenze, di raccontare l’ingiustizia che potrebbe far stringere il pugno, trasformandolo in una carezza. Un costante paragone tra il mondo così detto civilizzato e la purezza dell’ignoranza, intesa nel suo termine più limpido, che non soccombe e lotta con solo con le armi che ha a disposizione fatte di chi ha dentro di se le radici su cui reggersi sapendo di essere una parte importante di qualcosa.
Un uomo cosi grande e grosso, visto come un bambino in una fossa di leoni, è la perfetta metafora della legge dell’approfittare per raggiungere qualsiasi scopo, anche il più perfido. E’ lo sfruttare le debolezze del prossimo pur di raggiungere l’obiettivo, visto come unico risultato percorribile a prescindere da qualsiasi conseguenza. Ma poi c’è il rovescio della medaglia e anche il più bugiardo, rappresentato nel caso da Manuel Pezzullo (Mario Scarpetta), può esserci utile, o meglio nascondere un cuore dietro le pietre. In questo personaggio ci ho visto tutte le contraddizioni dell’uomo, da una parte l’arte dell’arrangiarsi mentendo e falsificando e dall’altra l’indispensabilità di farlo, per non essere soffocato.
Il tutto fuso che con quello che è sempre stato il leitmotiv dei film di Bud, la speranza, la possibilità di farcela, con fortuna o caparbietà, avendo rispetto ma mai paura. Il suo aprirsi la strada con il sorriso e le pacche (forti) che mai come questa volta, sanno di graffi in mezzo ai rosi. Rovi che scansa con la semplicità del giusto, di chi ha uno scopo tanto intimo quanto vitale, indispensabile.

Bud Spencer in questo film si muove come un elefante in un negozio di cristalli, ma lo fa con una grazia che i rumori dei vetri sembrano un dolce suono verso la verità. Un crack soffice in mezzo a tanti rumori continui, lineari e che sanno di finto. Il comportamento di Banana Joe è di chi crede nei sorrisi e non viene ne scalfito né toccato da un mondo veloce, scostante e incapace di assaporare le piccole cose, troppo fermo nel suo conquistare a qualsiasi costo.
Il finale è ancora una volta intriso di possibilità, di speranza, di tocco, di amicizia, del non arrendersi e soprattutto che non serve trasformarsi o omologarsi per ottenere quello che è giusto, a prescindere dal luogo e dalle tradizioni. Una fiducia positiva ai rapporti, umani e d’amore, espressa quest’ultima mostrando come per trovare e incontrare la donna dei tuoi sogni (Dorianne, interpreta da Marina Langner) non servono sempre potere e soldi ma a volte, bastano semplicità e delicatezza, sogni e verità.

Io sono convinto che per quanto anacronistico, allora come oggi, questo tipo di messaggio d’amore, inteso a 360 gradi, era nella convinzione del nostro Bud, radicato nel suo essere, e personalmente non credo sia utopistico, difficile certo, ma non impossibile, per chi ne capisce il significato, ovviamente.

Jonhdoe1978

Banana Joe

Banana Joe
7

Valutazione Complessiva

7.0/10

SCHEDA

  • Regia: Steno
  • Anno: 1982
  • Durata: 96'
  • Genere: Commedia

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