
Con il suo esordio alla regia, Bess Wohl dà vita ad un thriller psicologico che si immerge negli abissi oscuri della maternità e della depressione post-partum.
Baby Ruby, presentato al Toronto Film Festival nel 2022, porta sullo schermo la storia di Jo (Noémie Merlant), una influencer francese che, dopo la nascita della sua prima figlia Ruby, si trova a confrontarsi con un mondo che sembra sfuggirle di mano. Seppur avvolto in una cornice da thriller psicologico, il film si distingue per la sua capacità di esplorare, con una lente inquietante e agghiacciante, il lato oscuro della maternità.
Jo ha sempre vissuto una vita apparentemente perfetta. È una donna di successo, che gestisce un blog di lifestyle popolarissimo, con una carriera brillante, un marito amorevole, Spencer (Kit Harington), e una bella casa. La gravidanza, annunciata con entusiasmo sui social, sembra solo l’ennesimo capitolo di una vita impeccabile, dove ogni dettaglio è sotto controllo. Tuttavia, dopo il parto, la sua realtà inizia a sgretolarsi: Ruby, la neonata, non è il sogno che Jo si era immaginata. Il pianto incessante della bambina, la solitudine che la circonda e una crescente sensazione di smarrimento, spingono Jo verso un precipizio mentale. La paranoia inizia a farsi largo nei suoi pensieri, ma ciò che rende la situazione ancora più angosciosa è che non si sa mai se le sue percezioni siano reali o frutto della sua mente tormentata.

La pellicola si avventura in un terreno reso ancora più inquietante dall’assenza di certezze. La regista statunitense esplora il tema della maternità in modo crudo e realistico, rivelando tutte le paure e le incertezze che accompagnano l’esperienza di diventare madre. Jo comincia a dubitare non solo della sua capacità di essere una madre, ma anche della realtà che la circonda: è Ruby che è malvagia, o è lei a diventare ogni giorno più irreale, quasi un fantasma nel suo stesso corpo?
L’elemento della paranoia è gestito con maestria dalla Wohl, che ci fa vivere ogni attimo attraverso gli occhi di Jo, senza mai darci una risposta definitiva su ciò che è vero e ciò che non lo è.
Il parallelo con il classico Rosemary’s Baby di Roman Polański è inevitabile, ma Baby Ruby trova la propria identità, sfiorando il genere horror psicologico per trattare tematiche più complesse. Sebbene la regista accenni a un’escalation di tensione, la ripetizione di determinati schemi narrativi, che vedono Jo smarrirsi tra visioni, incubi e dubbi, finisce per smorzare la potenza del thriller, lasciando lo spettatore con la sensazione che il film non riesca a sfruttare tutto il suo potenziale narrativo. Ciò nonostante, la scrittura, che porta avanti un’analisi psicologica profonda, rimane un punto di forza.

Baby Ruby si addentra nell’inesplorato di una maternità che non si piega alle aspettative sociali, rivelando, attraverso il personaggio di Jo, la difficoltà di una donna che non è in grado di vivere il proprio ruolo da madre in modo “perfetto” come ci si aspetterebbe.
La componente visiva, purtroppo, non si avvale dello stesso livello di audacia della sceneggiatura. La Wohl utilizza con perizia la scenografia claustrofobica, con spazi angusti e bui che accentuano il senso di isolamento e di oppressione della protagonista, ma manca di un uso davvero shockante di queste immagini per farle emergere in modo potente e memorabile. Alcuni momenti, come il riflesso di Jo in uno specchio o la sua ombra sul muro, portano con sé un notevole peso simbolico, ma risultano trattati quasi come un effetto collaterale della storia, invece che come veri e propri punti di svolta drammatici.
La performance della Merlant, già nota per il suo ruolo in Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma, è il cuore pulsante del film. L’attrice riesce a incarnare la fragilità e la paranoia di Jo in modo straordinario, facendo emergere, con la sua intensità, l’oscurità che pervade il personaggio. Harington, nel ruolo di Spencer, appare invece un po’ più anonimo, ma pur sempre funzionale alla narrazione, mentre altri personaggi secondari, come la suocera Doris (Jayne Atkinson), rappresentano le aspettative sociali di una maternità che Jo non è in grado di soddisfare. Il film gioca anche con l’allegoria del doppio, riflesso nelle ombre e nella crescente sensazione di distorsione che prende piede nella mente della protagonista.

Ma nonostante la regia tesa e un’interpretazione convincente, Baby Ruby soffre di una certa ripetitività che, sebbene in linea con la sua esplorazione della paranoia e della perdita di controllo, finisce per ridurre l’impatto emotivo complessivo. La mancanza di un colpo di scena potente o di un cambiamento di ritmo significativo nella seconda parte del film lo rende un’esperienza che, seppur intrigante, non riesce mai a decollare completamente.
Tuttavia, il film merita di essere visto per la sua onestà nel rappresentare le difficoltà nascoste della maternità e per il coraggio nel trattare temi come la solitudine e la paura di non essere all’altezza.
Baby Ruby è un viaggio inquietante nella mente di una madre che si trova a lottare non solo contro le difficoltà di una maternità imperfetta, ma anche contro una realtà che si fa sempre più distorta e minacciosa.
Nonostante i suoi limiti nel ritmo e nella costruzione narrativa, il film rimane un’interessante esplorazione dei lati oscuri della genitorialità e della fragilità mentale.
Alessandrocon2esse
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