
Ci sono dei film che per qualche motivo ci intrigano, per il trailer, per l’immagine di copertina, per la musica che li accompagna, per gli attori, per il regista o per il tema trattato. Poi ne esistono altri che solo con il titolo ci chiamano e noi non possiamo fare altro che assecondare questo richiamo.
Il Maggiore Roy McBride (Brad Pitt) sopravvissuto a un incidente nello spazio per uno sbalzo di energia, viene convocato dallo SpaceCom (Comando Spaziale Statunitense) per essere informato che tale sbalzo è stato dovuto da dei misteriosi picchi di energia provenienti da Nettuno e che potrebbero essere causati dal Progetto Lima, una spedizione di 29 anni prima che aveva come comandante Clifford McBride (Tommy Lee Jones), suo padre.
Ad Astra è un film che si muove su un terreno quasi onirico, con tinte forti e con l’ambizione di andare a scavare e graffiare sentimenti e sensazioni nascoste. E’ il percorso di un uomo chiuso, impossibilitato a fidarsi, ad amare, ad aprirsi per il timore di essere di nuovo abbandonato come fece il padre trent’anni prima con la promessa di un ritorno. E’ il graduale sgretolarsi di una corazza di paure che l’ha reso la persona che non va mai sotto gli 80 battiti e che è disposto ad accettare qualsiasi compito nel tentativo di essere all’altezza del suo cognome. E così, quando gli viene detto che c’è la possibilità che il padre sia ancora vivo tra lo scetticismo e la paura, accetta la missione, sapendo comunque di non aver scelta né come Maggiore né, soprattutto, come uomo.
James Gray è autore di una regia straordinaria, gioca con le atmosfere e con colori forti in maniera sublime. Il contrasto tra le diverse ambientazioni, Terra, Luna, Marte e Nettuno è netta, decisa, assolutamente credibile e tangibile, mantiene costante un’angoscia sospesa che ti attanaglia dal primo all’ultimo fotogramma, stringendoti la gola e accorciandoti il respiro. Alle riprese degli spazi aperti alterna primi piani intensi, fermi, intenti a condividere ogni espressione o sensazione. Questo modo intenso di girare ha reso ancora più percepibile il cambiamento emotivo di Roy e questo, sopratutto, grazie all’ossessivo insistere su piccolissimi particolari riguardanti i sui suoi occhi, il suo parlare e il muoversi. Già Roy, quindi Brad Pitt. Il film è stato creato e pensato per avere un attore protagonista intenso, coinvolgente, che riuscisse a tenere la telecamera, che la comandasse. E’ stato così. La sua prova è stata matura, decisa, incalzante e soprattutto attendibile, ha trasmesso tutta l’angoscia, l’inquietudine, la rabbia, l’impotenza, il perdono e la speranza finale che il personaggio doveva avere.
Ad Astra, dopo Gravity, First Man e soprattutto Interstellar, rischiava di essere ripetitivo e di affrontare concetti già visti e rivisti. E invece ha tracciato una sua linea con un taglio altamente spettacolare (le riprese esterne sono tra le più belle mai viste) e riesce ad essere per lunghi tratti superiore ai primi due (non al terzo, ovviamente). La scena di quando il Maggiore attraversa l’anello di Nettuno per ritornare sulla navicella sa di poetico e spettacolare, un fluttuare dalla rassegnazione alla speranza.
Ci sono un paio di inciampi narrativi, nel senso che certe situazioni risultano essere un po’ forzate, come ad esempio il modo in cui riesce a risalire sul razzo diretto a Nettuno da Marte, ma comunque perfettamente funzionali all’intento che si andava a cercare: un viaggio lungo e solitario tra fantasmi, inquietudini e paure. Uno gettare tutte le carte per vedere cosa si è seminato e soprattutto cosa si è perso, la moglie, l’ultimo affetto rimasto, in nome di un modo di essere che man mano che aumentava la distanza dalla Terra diventava sempre più debole, quasi inutile. Roy ha dovuto attraversare l’universo conosciuto per scrollarsi via la delusione, quasi l’inadeguatezza a sostenere qualsiasi rapporto, riaffrontando quella figura ingombrante che è il padre, per toccarlo, guardarlo e riuscire finalmente, da uomo, a dirgli addio lasciandolo andare.
Ne tornerà rinnovato, senza maschera e soprattutto senza il peso del mondo negli occhi e pronto a tentare con quello che ha e con l’animo leggero a sorridere a chi gli sta intorno. E ha voluto dirglielo, ovunque fosse, in un ultimo eterno messaggio, senza più nessun rancore e senza più nessun timore.
Jonhdoe1978
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