
Per quanto uno possa essere bilanciato e convinto, l’aurea generale che un film ha, almeno all’inizio, tende a influenzarti. Entrando subito nello specifico, il fatto, infatti, che tutto quello che avevo intravisto (come sempre cerco di leggere e sapere il meno possibile dei film che non ho visto) su A Real Pain rasentava l’esaltazione, mi ha portato, nel momento in cui le luce della sala si sono accese, a pormi più domande del previsto. In pratica, volevo capire se il fatto che avessi avuto più di qualche perplessità su questo progetto era dovuto dal fatto che qualcosa mi fosse sfuggito o che magari avessi bisogno di un po’ di tempo per metabolizzarlo e quindi, assaporarlo come si deve. Alla fine però, e infatti ho parlato di un’influenza iniziale, ognuno fa i conti con le proprie emozioni e sensazioni e quindi, non ritengo di poter salire con convinzione sul carro di A Real Pain.
Per carità, non parliamo assolutamente di un brutto film, ma penso che l’intenzione sia molto più performante della realizzazione che, a conti fatti e sempre per il mio pensiero, rimane in molti frangenti, incompleta.
La prima riflessione che ho avuto è che il film sia stato troppo breve per creare quell’alchimia evidentemente cercata o in alternativa, eccessivamente generico per rendere l’idea della reale intensità del rapporto tra i due cugini. Non arriva pienamente il percorso passato fatto insieme dai due e di conseguenza la reale profondità del disagio che ora provano. Sostanzialmente manca il filo che li unisce e che dovrebbe dare e creare una dimensione quasi parallela tra presente, passato e futuro. Decisamente meglio la comparazione metafisica, quasi onirica, tra la sofferenza reale e quella derivata. Sostanzialmente A Real Pain gioca tra i piccoli grandi problemi esistenziali che noi proviamo nella nostra vita e quello enorme ma distante dell’olocausto. La sensazione che ho avuto è che Jesse Eisenberg (che di questo film è attore, regista e sceneggiatore) abbia voluto mostrare come tutto sia proporzionato alla sensibilità e all’indole emotiva della singola persona. Tutti i protagonisti di questo viaggio nella Polonia odierna tra ricordo e realtà (oltre ai due cugini ci sono altre 5 persone), assorbono le cose in maniera diversa e questo proprio perché spinte da quello che sono nel profondo. L’iperbole di Benji sono figlie proprio di questo e sono il reale motivo sia del perchè della storia che, assolutamente azzeccato, del titolo.
Senza dubbi, e questo mi porta a dire che probabilmente si meritava la nomination all’Oscar più per la regia che la sceneggiatura originale, il lavoro fatto da Jesse dietro la macchina da presa. Non si fa mai prendere dalla mano e cerca in ogni inquadratura un pizzico di realtà senza essere offuscato dal momento. In pratica, non forza mai la mano (vedi la scena delle scarpe nel campo di concentramento) verso un’esasperata emotività, cercando di bilanciare luogo ed intenzioni per quello che sono e non per quello che potrebbero. Criticabile, invece, e torniamo alla sceneggiatura, le scelte sia di alcuni momenti della storia (il saluto tra Benji e David e gli altri componenti del gruppo ne è un esempio) e la fine, almeno sino a pochi secondi dai titoli di coda. La preparazione alla conclusione, infatti, non è all’altezza della conclusione stessa che è, invece, senza dubbio il punto più altro del film se non altro perché mostra silenziosamente il punto esatto tra tentativo di cambiamento e modo di essere.
Scena finale che ci porta inevitabilmente a Kieran Culkin e al suo Benji, insignito (oltre degli altri numerosi premi, ha vinto praticamente tutto) del premio Oscar per il miglior attore non protagonista. Due considerazioni preliminari. Il ruolo di miglior attore protagonista è molto forzato, alla fine Benji se non è proprio il protagonista è almeno il co-protagonista. Secondo, Culkin è bravissimo a fare un ruolo: lo sfigato e disagiato perso tra le onde del destino e delle scelte. Lo aveva dimostrato con Roman in Succession (anche questo ruolo gli ha portato premi su premi) e lo ha confermato in questo film. Lasciando in altre sedi la domanda se sia in grado di avere la stessa intensità in altri ruoli, non posso dire a onor di coscienza, che sia stata un’interpretazione che mi ricorderò negli anni. Per carità, molto bravo, ma non, appunto, indimenticabile.
Il consiglio che posso dare è di avvicinarsi a questo film (che comunque va visto) con il pensiero leggero e libero. Se, infatti, mi sedete in sala (o più avanti sul divano) eccessivamente carichi di aspettative (come ho fatto io, per intenderci) rischiate di bruciarvi. Nell’altro caso passerete una buona ora e poco più di cinema con qualche risata di gusto (l’humor tragicomico se fatto bene come in questo caso è sempre un piacere) e due/tre spunti emotivi su cui riflettere. Sostanzialmente, ripeto sempre dal mio punto di vista, non aspettatevi un capolavoro o un gioiello indimenticabile.
Chiudo con una considerazione sul Jesse regista (sull’attore ho sempre avuto dei dubbi e continuo ad averli). In questo film ha mostrato una cosa che a me piace sempre moltissimo: l’intimità nascosta. Ha parlato di dei drammi interni (passando dall’ossessione alla sensazione di inadeguatezza e fallimento con enorme capacità) senza buttarli al macero delle lacrime e questo senza assolutamente sminuirli. Se mantiene questa impostazione, può fare grandi cose.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento