
A Ventotene non tornano soltanto i personaggi di Ferie d’agosto: tornano i fantasmi. Quelli privati, prima di tutto, perché il tempo ha scavato nei corpi, nei legami, nelle illusioni; e poi quelli collettivi, politici, storici, sentimentali, che Paolo Virzì rimette in circolo con un film meno “sequel” di quanto il titolo possa far pensare e molto più bilancio amaro su ciò che siamo diventati.
Un altro ferragosto non cerca davvero di ripetere il gioco del 1996: ne conserva il dispositivo corale, l’isola come laboratorio umano, l’attrito tra due Italie inconciliabili, ma cambia radicalmente temperatura. Dove allora c’era ancora una vitalità grottesca, qui domina una disillusione crepuscolare, quasi funebre.
I Molino e i Mazzalupi tornano a incrociarsi a Ventotene per ragioni diversissime. Da una parte c’è Sandro Molino (Silvio Orlando), malato, sfibrato, ormai vicino alla fine, trascinato sull’isola per un’ultima vacanza dal figlio Altiero (Andrea Carpenzano), imprenditore digitale di successo sposato con un modello. Dall’altra c’è il mondo Mazzalupi, riunito intorno al matrimonio-evento di Sabry (Anna Ferraioli Ravel), trasformata da ragazzina impacciata in influencer di massa, volto utile anche alla nuova politica populista. È un incrocio perfetto: da un lato la memoria, o ciò che ne resta; dall’altro il presente ridotto a esposizione permanente, spettacolo, consumo, propaganda. Nel mezzo, un’Italia che non dialoga più nemmeno per litigare: si sfiora, si osserva, si respinge.

La grande intuizione di Virzì e dei suoi co-sceneggiatori Francesco Bruni e Carlo Virzì è proprio questa: non insistere soltanto sullo scontro diretto, ma lavorare per linee parallele, facendo crescere i personaggi nei loro percorsi separati, nei loro rancori sedimentati e nelle loro sconfitte intime. Il confronto tra i due fronti, rispetto a Ferie d’agosto, è meno frontale ma più doloroso, perché non c’è più nemmeno l’illusione di una possibile sintesi.
Il film lo dice con chiarezza: la distanza tra i mondi non è aumentata solo sul piano ideologico, ma su quello umano. Non esiste più un terreno comune, neppure quello della memoria condivisa.

In questo senso Un altro ferragosto è uno dei film più politici di Virzì, ma anche uno dei meno schematici. Non perché rinunci allo sguardo critico, ma perché ha finalmente il coraggio di distribuire le colpe senza rifugiarsi troppo nelle appartenenze. La destra dei Mazzalupi è diventata ancora più becera, più sfacciata, più ferocemente ignorante: fascismo d’accatto, social, selfie, opportunismo, machismo, razzismo travestito da spontaneità. Ma la sinistra dei Molino non esce affatto assolta: è logora, autoreferenziale, classista in modo spesso inconsapevole, incapace di trasformare i propri ideali in vita vera, affetto, presenza.
Virzì guarda tutti con tenerezza e senza indulgenza. E forse è proprio qui che il film trova il suo passo più maturo.
La sceneggiatura è ricchissima di battute, contrappunti, stoccate, ma il dialogo non è mai puro sfoggio: è materia viva, nervosa, ritmo. C’è una riconquista della parola che riporta la commedia a una tradizione nobile, capace di far ridere e insieme di incidere. E il cast, su questo terreno, è semplicemente magnifico. Orlando porta Sandro su un crinale delicatissimo, fra ironia residua, smarrimento cognitivo, ostinazione morale e struggimento puro: il suo è il cuore dolente del film. Laura Morante lavora per sottrazione e nervi scoperti. Sabrina Ferilli trova probabilmente una delle prove più ricche della sua carriera, mettendo insieme disincanto, sensualità appassita, rabbia, malinconia. Christian De Sica è una sorpresa splendida, capace di trasformare un personaggio potenzialmente macchiettistico in una figura tragicomica di grande umanità. E intorno a loro funzionano benissimo anche i sopracitati Carpenzano e Ferraioli Ravel, Vinicio Marchioni, Emanuela Fanelli, Paola Tiziana Cruciani e Gigio Alberti.

Naturalmente non tutto è perfetto. L’ambizione del racconto, per quantità di personaggi e linee narrative, rende il film a tratti dispersivo; qualche passaggio è più dichiarato del necessario, qualche simbolo insiste un po’ troppo, e chi si aspetta una progressione più netta potrebbe avvertire una certa frammentazione iniziale. Ma sarebbe ingeneroso scambiare questa dispersione per debolezza: semmai è il riflesso di un paese confuso, slabbrato, incapace di tenere insieme i pezzi della propria storia.
La cosa più bella, forse, è che Un altro ferragosto non si limita a convocare la nostalgia del primo film. La usa, la incrina, la mette in tensione. Gli inserti del passato, i richiami musicali, i volti mancanti, tutto concorre a creare non una festa della memoria, ma un confronto con ciò che il tempo ha corroso. E allora Ventotene, da luogo estivo della commedia, diventa quasi una soglia: tra vita e morte, tra ideali e rovine, tra ciò che avremmo potuto essere e ciò che siamo.

Virzì firma così una commedia amarissima, spesso divertente, spesso struggente, che fa i conti con la vecchiaia delle persone e con quella delle idee.
Non consola, non assolve e non propone vere riconciliazioni. Ma proprio per questo, nel suo modo imperfetto e lucidissimo di guardare il disastro, riesce a essere uno dei ritratti più sinceri dell’Italia contemporanea.
Alessandrocon2esse
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