
E se è ormai chiara la tendenza di battere senza soluzione di continuità su un format che funziona, la domanda è quanto convenga o sia necessario farlo. La rincorsa ai sequel sta raggiungendo livelli incredibili quasi che non si abbia la voglia o la forza di procedere oltre e cercare qualcosa di nuovo. E non può essere il successo l’indice di questa moda (se cosi fosse avremmo tantissime opere del passato con un 2,3 o 4), la cosa è molto più complicata e aggiungerei pericolosamente radicata.
Nella recensione di Troppo Cattivi avevo avvisato che il sentore di un proseguo c’era, ma che comunque non era stato cosi invadente da minare il significato complessivo che cosi poteva tranquillamente essere autoconclusivo. Il successo e quella pigrizia imprenditoriale di cui dicevo pocanzi stavolta ha fatto cambiare le carte in tavola ed ecco un prodotto provvisorio che senza un ulteriore appendice non avrebbe il senso che gli si vuole dare. Sostanzialmente senza un 3 questo 2 avrebbe un senso troppo limitato.
E’ questo un difetto? Per me si, ma capisco tranquillamente chi invece concorda con questa politica.
Detto questo, Troppo Cattivi 2 funziona e anche bene. Il film è frizzante, senza pausa e sfrutta tutta la potenza visiva di cui dispone. La trama è volutamente dispotica e punto tutto sulla soddisfazione sensoriale più che sulla comprensione. La sensazione, infatti, è che non ci sia nulla di minimamente possibile e la trama segua un percorso di fantasia totale. E’ una pecca? Assolutamente no, solo una scelta. La stessa che ha portato a voler di nuovo unire il mondo antropomorfo con quello umano, con un risultato esattamente uguale al primo capitolo: un grande successo. Ripeto quella scelta la reputo una metafora generale sulle diversità, un’armonizzazione della possibilità che mondi tanto diversi possano incontrarsi e perché no, stringersi. Un pizzico più fioca (ma non poteva essere altrimenti) la questione del cambiamento che passa quasi in secondo piano rispetto a tutto il resto. Il messaggio principe della storia, infatti, riguarda l’amicizia, la lealtà e alla fine l’amore. Per carità, tutto comprensibile e fatto con cura, ma evidentemente meno intrigante rispetto al primo capitolo.
Anche la scelta dei cattivi di turno non è stata proprio memorabile. Kitty Kat non da mai l’impressione di potenza, sembra perennemente essere una spalla di un supercattivo più che il supercattivo in se. E questo smorza in molti tratti l’antagonismo che sembra (anche se sarebbe cosi comunque) quasi scontato e senza il giusto mordente. Marmellata, come raffigurazione di questa figura, è di un’altra categoria e ogni volta che compare ce ne se accorge.
Assolutamente perfetta, passiamo cosi alle cose riuscite in pieno, la caratterizzazione della maggior parte dei personaggi. I cinque protagonisti sono perfetti sia per dimensione empatica che proprio come ambito di azione. Su tutti esplode di nuovo Shark se non altro perché fa emergere quella dicotomia tra essere e apparire di cui un personaggio del genere ha bisogno. Fare di un ingombrante squalo il mago del travestimento è una cosa geniale oltre che esilarante. Sullo stesso livello di preparazione e realizzazione la figura di Capo che poi è quella che raccorda quel processo di armonizzazione tra uomo e animale di cui si diceva poco fa. Tutte le sue contraddizioni non fanno altro che amalgamare la questione rendendola di fatto un vero e proprio collante narrativo. Molto più defilata (nell’azione non nell’idea) la Governatrice Diane Foxington, Zampa Cremisi. La sensazione è che il personaggio abbia detto tutto quello che doveva nel primo capitolo e che in questo secondo serva solo come scivolo.
Ultimo punto, la realizzazione grafica. Come detto all’inizio è roboante, schizzofrenica, pungente, mira tutto al risultato più che alla forma e, dal mio punto di vista, ci riesce in pieno. La cosa che colpisce è la capacità di mediare che ha. Sostanzialmente, riesce a soddisfare sia i puristi e quindi quelli legati alle immagini di un paio di decadi fa, che quelli che amano i frame accesi, movimentati ed esagerati. Ecco se dovessi trovare una frase direi che ci troviamo di fronte a un’esagerazione controllata.
E ora? E ora ci sarà un terzo capitolo e credo che sarà in linea con i primi due. E’ un format ormai definito e che non ha possibilità di variazioni ne in meglio ne in peggio. Non vedo un contenuto che possa distruggere o esaltare la strada utilizzata e questo è una grande forza ma anche un grande limite (Etan Cohen rimane una garanzia). La DreamWorks Animation, purtroppo, si è stabilizzata in una terra di mezzo che se gli permette di avere un rapporto qualità/incassi abbastanza buono, non da l’impressione di voler provare un cambio di passo.
Penso che a volte sarebbe anche bello lasciare una storia e renderla per certi versi iconica e fossilizzata per quello che aveva dato. Sotto questo punto di vista, e quindi torniamo al discorso iniziale della cattiva abitudine globale di riproporre sequel su sequel, mi sarebbe piaciuto che Zootropolis (tanto per ampliare il concetto) avesse scelto questa strada e invece anche in questo caso si è deciso di renderlo mutevole e quindi, sempre dal mio punto di vista, macchiato. Potrà essere anche bellissimo, ma non sarà mai comunque la stessa cosa e questo è un gran peccato.
Jonhdoe1978
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