
C’è un momento, nelle commedie contemporanee, in cui il “fantastico” smette di essere un espediente narrativo e diventa una scorciatoia per mettere i personaggi di fronte a ciò che hanno sempre evitato.
Tre di troppo, seconda pellicola da regista per Fabio De Luigi a 7 anni di distanza da Tiramisù, nasce esattamente da questo presupposto: prendere una coppia felicemente senza figli e costringerla, letteralmente da un giorno all’altro, a fare i conti con una genitorialità mai desiderata. Un’idea semplice, già vista, ma potenzialmente fertile se sostenuta da scrittura e ritmo adeguati.
Marco e Giulia, interpretati dallo stesso De Luigi e da Virginia Raffaele, vivono in una bolla di benessere e autoreferenzialità: vestiti costosi, corpi curati, serate tra balli e libertà assoluta. Il loro mondo è diviso in due categorie nette: da una parte chi ha figli, condannato a una vita di rinunce e caos; dall’altra chi, come loro, può ancora permettersi di vivere senza compromessi. Una distinzione che il film mette subito in scena con tono ironico, salvo poi ribaltarla con l’innesco fantastico: una maledizione (lanciata da un’amica esasperata) li catapulta in una realtà alternativa in cui sono genitori di tre bambini di età diverse.

Da qui si sviluppa il classico meccanismo del “What if…”, debitore tanto della tradizione americana (La vita è meravigliosa di Frank Capra e The Family Man di Brett Ratner su tutti) quanto di una certa commedia italiana che ama giocare con l’equivoco e con l’imprevisto.
Il primo impatto con la nuova condizione è, non a caso, la parte più riuscita del film: lo spaesamento, la goffaggine, il rifiuto istintivo dei protagonisti generano alcune delle gag più efficaci, sostenute da un buon ritmo e da un affiatamento evidente tra De Luigi e la Raffaele. La loro chimica funziona, sia quando si muovono nel registro puramente comico, sia quando il racconto prova a virare verso una dimensione più emotiva.
È proprio qui, però, che Tre di troppo mostra i suoi limiti più evidenti. La sceneggiatura, firmata da De Luigi insieme a Lara Prando e Michele Abatantuono, preferisce inseguire la gag piuttosto che costruire una progressione narrativa davvero solida. Gli imprevisti si accumulano, le situazioni si susseguono senza sempre trovare una vera coesione, e il film finisce per appoggiarsi più sull’estro degli interpreti che su una struttura realmente incisiva.
Alcune trovate funzionano, altre appaiono fuori fuoco o semplicemente deboli, contribuendo a una sensazione di discontinuità che si avverte soprattutto nella seconda parte.

Sul piano tematico, il film ha il merito di non schierarsi in modo netto. Non c’è una condanna esplicita di chi sceglie di non avere figli, né una celebrazione cieca della genitorialità. Piuttosto, si cerca un equilibrio tra due modelli opposti: da un lato l’individualismo narcisista di chi vive solo per sé, dall’altro un’idea di genitore completamente annullato nei bisogni dei figli. Il messaggio, seppur semplificato, è chiaro: diventare genitori significa imparare a uscire da sé stessi, accettare l’imprevisto e costruire un rapporto con l’altro che va oltre il proprio ego.
Una riflessione che rimane però troppo in superficie, evitando qualsiasi reale approfondimento sulle implicazioni sociali, economiche o culturali della genitorialità contemporanea.
A emergere con maggiore forza è invece il lavoro sul cast. Oltre alla coppia protagonista, ben assortita e credibile, il film si arricchisce di una galleria di personaggi secondari che restituiscono, in chiave caricaturale, diversi modelli educativi: dalla madre ansiogena alla paladina del “gentle parenting”, fino alla figura quasi disturbante della mamma perfetta. In questo coro, Barbara Chichiarelli è probabilmente la presenza più incisiva, capace di oscillare tra satira e grottesco con la sua Anna.
Dal punto di vista registico, De Luigi mostra qualche passo avanti rispetto all’esordio dietro la camera, soprattutto nella gestione del ritmo comico e nella direzione degli attori. Resta però una certa sensazione di confezione televisiva, con una messa in scena che raramente trova guizzi davvero personali e una tendenza a smussare ogni possibile spigolo, per rendere il prodotto il più accessibile possibile.

Il risultato è una commedia che si lascia vedere con piacere, soprattutto se accettata per quello che è: un film pensato per un pubblico ampio, familiare, che cerca leggerezza più che profondità.
Le risate non mancano, così come qualche spunto di riflessione, ma tutto resta entro binari prevedibili, fino a un finale inevitabilmente conciliatorio e un tantinello indulgente.
Tre di troppo non è di certo il film che ridefinisce il genere, né quello che affonda davvero il colpo sul tema che mette in scena. Ma nel suo equilibrio tra intrattenimento e osservazione, tra ironia e buonismo, trova una sua dimensione: quella di una commedia corretta, a tratti divertente, che preferisce non rischiare troppo e, proprio per questo, non lascia un segno particolarmente duraturo.
Alessandrocon2esse
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