
TRAILER: del tempo che passa la felicità
TRAMA: uno di quei film che non raccontano una storia, ma una vita intera. Senza alzare la voce, senza spiegarti troppo, senza nemmeno chiederti se sei pronto. Parte piano, cammina lento, e intanto ti passa davanti tutto: il lavoro, l’amore, la perdita, la solitudine. E quando te ne accorgi, sei già dentro.
Joel Edgerton interpreta Robert Grainier, un uomo semplice, di quelli che parlano poco e tengono tutto dentro. Vive all’inizio del Novecento, lavora alla costruzione delle ferrovie, taglia alberi, attraversa foreste che sembrano infinite. Il mondo cambia intorno a lui, arrivano i treni, le città, il progresso, ma Robert resta lì, come una radice piantata troppo a fondo per essere spostata.
La trama è fatta di frammenti: un matrimonio, una figlia, una tragedia che spezza tutto senza fare rumore. Non c’è melodramma, non c’è rabbia urlata. C’è solo il tempo, che passa e si porta via le cose come fa un fiume quando non puoi fermarlo. Robert continua a vivere, a lavorare, a ricordare. E a convivere con i fantasmi, quelli veri e quelli che ti porti dentro. Il suo volto diventa una mappa: più invecchia, più racconta. Intorno a lui, la natura non è sfondo ma personaggio, indifferente e magnifica, capace di accogliere e distruggere senza spiegazioni.
Una pellicola che non ti dice che la vita è giusta. Ti dice che è così, e basta. Che certe esistenze non finiscono in gloria, ma nemmeno in tragedia. Semplicemente…scorrono. Purtroppo ho trovato delle similitudini con qualcosa che viene dal mio passato, e forse è proprio per questo che la storia di Robert fa un po’ male, e resta a farti pensare che valeva la pena di essere visto per poi svanire tra i ricordi.
6.6/10
Mklane
Train Dreams è uno di quei rari film capaci di avvolgere lo spettatore con una forza silenziosa, quasi mistica, trasformando un’esistenza ordinaria in un’esperienza cinematografica di profonda intensità.
Tratto dall’omonimo racconto di Denis Johnson, adattato da Clint Bentley e disponibile su Netflix dopo una breve apparizione al Sundance Film Festival, il film segue la vita di Robert Grainier (Joel Edgerton), orfano, boscaiolo e operaio delle ferrovie nel nord-ovest americano a inizio Novecento, testimone inconsapevole della lenta scomparsa di un mondo in simbiosi con la natura.
Bentley firma un’opera che affonda le radici nel western contemplativo, ma lo depura di eroismi e mitologie, per restituirci un ritratto intimo e commovente di un uomo alle prese con la perdita, il rimpianto e la memoria. L’incontro con Gladys (Felicity Jones), la nascita della loro figlia Kate, e la tragedia che seguirà segnano per sempre l’anima di Grainier, che si ritira nella sua baita a contemplare il vuoto e a inseguire ombre del passato tra ricordi, sogni e allucinazioni.
L’impatto visivo è straordinario: la fotografia di Adolpho Veloso, tra Spokane e le foreste dell’Idaho, trasforma ogni inquadratura in un frammento pittorico. Il montaggio fluido di Parker Laramie, la voce fuori campo saggia e misurata (Will Patton nella versione originale) e la partitura minimale di Bryce Dessner, culminata in una canzone originale di Nick Cave nei titoli di coda, contribuiscono a costruire un flusso poetico denso di emozioni trattenute.
Edgerton regala la sua interpretazione più profonda e misurata, incarnando un uomo che non chiede pietà né cerca riscatto: semplicemente vive, osserva, ricorda.
La modernità avanza, ma Train Dreams non urla mai la sua condanna: preferisce suggerire, evocare, lasciar parlare gli alberi, i silenzi, le assenze.
È un film di piccole epifanie, di cicatrici invisibili e bellezze effimere, dove la malinconia non è mai manierata ma parte del paesaggio stesso. E con una durata di appena un’ora e quaranta, riesce a non indulgere mai troppo, mantenendo un equilibrio perfetto tra sintesi narrativa e profondità emotiva.
Un’opera che medita sul tempo, sull’insignificanza umana e sulla dignità del dolore. Non sarà un capolavoro assoluto, ma è quanto di più vicino al cinema spirituale e sincero si possa trovare oggi.
6.9/10
Alessandrocon2esse
Cosa cerca un film che punta tutto sull’intimismo, sul sospeso e sul drammatico? Semplice, vuole travolgere, procurare piccoli graffi nell’anima e lasciare lo spettatore con qualche crampo dopo i titoli di coda. E se questo è vero, Train Dreams (titolo più fuorviante non si sarebbe potuto trovare) ha mancato il bersaglio di molto.
Il semi sconosciuto Clint Bentley ci propone un film visivamente interessante ma con pochissima anima. La storia, tranne che in un paio di momenti (che guarda caso non hanno nulla a che fare con il punto fondamentale degli eventi), scivola su basi scontate e da l’impressione di non oltrepassare mai la soglia del vorrei ma non ci riesco. Soprattutto la seconda parte, dopo una prima comunque troppo lineare ma sorretta dall’attesa di uno scontato evento di rottura, si contorce troppe volte su stessa facendoti continuamente chiedere: si, ma quindi? Ok, per carità si vuole analizzare uno spaccato di vita nel periodo delle prime ferrovie americane tra gli anni quaranta e gli anni settanta, ma poi c’è poco altro. Il senso di mancanza, smarrimento e soprattutto rimorso, che dovrebbe essere il fuoco del racconto e del protagonista, si disperdono ogni secondo di più, lasciando poco a cui aggrapparsi. La fine, che oserei dire impalpabile, non fa altro che distruggere quel poco di messaggio creato facendoti pensare che forse sei tu ad non aver capito. La verità, invece, è che la stessa storia non è riuscita a trovare radici e da qui l’inconsistenza emotiva conseguente.
Il film si basa sull’omonimo romanzo di Denis Johnson e non ho dubbi che sia riuscito a ripercorrerne le tappe fondamentali. L’unica cosa che mi viene in mente è che il libro possa essere riuscito a creare un castello visivo e di immaginazione diverso e con esso tutta una serie di sospese emozioni che il film evidentemente non ha neanche sfiorato. Mi verrebbe da dire, e chiudo, anaffattivo, ma forse la parola giusta è: distante.
Voto 5/10
Jonhdoe1978
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