
Nonostante sia rimasto nel mondo del cinema partecipando più o meno attivamente a diversi progetti, la carriera del Sam Raimi regista ha subito un brusco stop negli ultimi anni. Soprattutto il genere horror, che poi è quello che l’ha portato alla ribalta, è uscito dai suoi pensieri attivi (l’ultimo con lui dietro la macchina da presa è Drag to me Hell del 2009) ed è quindi ovvio che il suo ritorno a esso ha scaturito molto curiosità e attesa, compresa ovviamente la mia.
Attesa che però a mio avviso, andando subito al sodo, è stata soddisfatta in parte.
Il film si divide in due parti: una parte preparatoria nella quale viene impostato l’ambito e l’attitudine dei personaggi (nei primi minuti assistiamo al classico genio nerd affossato dai rampolli familiari, quindi ufficio e situazioni imbarazzanti e chiare), e una seconda, completamente diversa, soprattutto nello sfondo narrativo (si trasforma in un survival, l’aereo che conteneva gli stessi personaggi diretti Bangkok per un importante riunione cade) nel quale far uscire definitivamente sia la loro personalità (in una specie di resoconto finale) che per certi versi quello dell’uomo in generale.
Tralasciando la non proprio originalità del soggetto, la cosa è abbastanza evidente, quello che non mi ha convinto del tutto non è la morale, anzi solida e stimolante (ci torneremo), ma lo sviluppo della trama persa a volte tra il ripetitivo e il banale. Per carità, non si cade mai nella semplificazione totale, ma ci sono dei punti che evidentemente ti fanno uscire dalla storia, almeno per quello che era l’intenzione. Tanto per fare un esempio, ci sono almeno due scene che pur aprendo di fatto un qualche sviluppo rimangono confinate li senza nessun proseguo diventando, anzi trasformandosi, ed ecco il punto, in quasi dei semplici riempitivi e questo per come la vedo io, stona con la logica consequanzialità.
Come detto quello che regge tutto il progetto ed è il motivo della riuscita complessiva, è l’essere il film essenzialmente uscito dalla zona di confort dell’umanamente corretto. Sia nella prima (qui però siamo nell’ambito dei clichè) che nella seconda, infatti, assistiamo all’evoluzione della parte più istintiva dell’uomo, fatta di violenza, egoismo, opportunità, macchinazione e pensieri subdoli. E’ ovvio che tale condizione varia per i due personaggi, partono da una base diversa, ma in molti casi, tale differenza si appiattisce (nel senso buono) trasformandosi quindi in un ragionamento giustamente complessivo nell’ambito del personale. Gioco che va avanti per quasi tutta la storia almeno sino alla fine che, a mio avviso, è la croce e la delizia di Send Help. Croce perché gli attimi prima della conclusione sono fuori contesto, o meglio, non reggono come ponte emotivo e di circostanza verso quello che succederà. Andando un attimo a fondo, il concetto di voler rimanere a tutti i costi nell’isola da parte della protagonista è logico e giustificato, il mezzo però utilizzato…non del tutto. Fortunatamente la fine vera e propria salva un po’ tutto e ci porta a sperdere due righe proprio sulla morale di questo progetto e in parte, come anticipato, sul genere umano.
Io credo che non tutti i racconti devono finire secondo il politicamente e socialmente corretto e che in alcuni casi un po’ di cinismo serva. Serve perché alla fine il sale della nostra vita è anche quello e quel porgi l’altra guancia sia quasi irreale diventando più uno spot che una vera attitudine. Quando siamo messi alle strette tutti i buoni pensieri diventano più deboli ed è quindi giusto che alcune volte vengano raccontati per quello che sono realmente.
Considerazione d’obbligo, la curiosità era anche quella, sulla regia di Raimi. Su questo mi pare evidente sottolineare come la mano non l’ha persa, soprattutto nel riuscire a essere splatter senza esserlo. Ha una capacità di gestione dell’esagerazione innata e anche in questo caso ce la mostra in tutta la sua naturale bellezza. Da e toglie in continuazione e senza mai dare l’impressione di uscire dal giusto contesto.
Chi invece secondo me esce benissimo da questo progetto è Rachel McAdams. Ora non so quali siano i motivi che l’hanno portata negli ultimi anni a non avere sempre dei ruoli da protagonista, ma in questo film la sua performance è totale. Passa da “sfigata” a salvatrice a sensuale in maniera assolutamente convincente e questo rende i vari passaggi emotivi più pertinenti alle intenzioni generali.
Se ci penso bene il fatto che non sia rimasto cosi esaltato da Send Help è colpa probabilmente dall’aspettativa che mi ero fatto, aumentata dagli spifferi di soddisfazione che da più parti percepivo per questo progetto. Certo, non si può affermare assolutamente che si tratta di qualcosa di inconcludente e mediocre, ma non uno dei quei film che ti rimangono o di cui ti trovi a parlare volutamente in una qualsiasi discussione cinematografica. Insomma, non sarà questo il lascito che avrò di Raimi.
Jonhdoe1978
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