
Il West innevato è sempre stato un territorio cinematografico affascinante: uno spazio in cui la frontiera smette di essere mito e diventa sopravvivenza, dove la natura ostile e la violenza degli uomini sembrano confondersi nello stesso paesaggio. Organ Trail, diretto da Michael Patrick Jann, prova a muoversi proprio su questo terreno, raccontando una storia di vendetta e brutalità ambientata nel Montana degli anni immediatamente successivi alla Guerra di Secessione.
L’idea, almeno nelle intenzioni, è quella di contaminare il western classico con atmosfere più cupe, quasi da thriller o da horror di frontiera. Il risultato, purtroppo, resta molto più incerto.
La vicenda segue la famiglia Archer, impegnata a attraversare le montagne innevate nella speranza di trovare un luogo dove ricominciare. Padre, madre, due figli e una promessa di futuro che si spezza quasi subito: durante il viaggio gli Archer soccorrono una giovane donna ferita, Cassidy (Olivia Grace Applegate), ignari che faccia parte della banda di fuorilegge guidata dal crudele Logan (Sam Trammell). Nella notte i banditi tornano per completare il loro lavoro e massacrano la famiglia, lasciando come unica superstite la giovane Abigail (Zoé De Grand Maison), detta “Abby”. Da quel momento il film si trasforma in un racconto di sopravvivenza e vendetta: Abby viene trascinata nel covo dei banditi, una cittadina fantasma isolata nel gelo, e dovrà trovare un modo per sfuggire ai suoi carcerieri, contando forse proprio sull’ambigua complicità di Cassidy.

L’avvio è in realtà promettente. Le ambientazioni naturali funzionano, e la fotografia di Joe Kessler valorizza bene le distese bianche e i paesaggi montani, creando un contrasto visivo efficace tra il candore della neve e la brutalità della violenza. Anche la ricostruzione d’epoca (costumi, oggetti e scenografie) è curata con una certa attenzione, e la cittadina fantasma dove si rifugia la banda possiede un fascino sinistro che avrebbe potuto diventare il vero centro drammatico del racconto.
Il problema emerge quando la storia comincia a svilupparsi. La sceneggiatura di Meg Turner, dopo un primo atto discretamente teso, si perde in una serie di svolte sempre più forzate e poco credibili. I personaggi, che inizialmente sembravano avere qualche sfumatura interessante, scivolano presto verso caratterizzazioni schematiche: Abby diventa l’eroina resiliente, Cassidy la criminale tormentata in cerca di redenzione, mentre i banditi si riducono a caricature di sadismo. Alcune trovate (come il villain reso quasi invulnerabile dalla sua insensibilità congenita al dolore) finiscono per trascinare il film verso un territorio involontariamente grottesco, più vicino al fumetto splatter che al western tragico che sembrava promettere.

Anche la tensione narrativa fatica a mantenersi viva.
L’idea di un western brutale e disperato lascia spazio a una successione di episodi poco organici, con coincidenze improbabili e soluzioni narrative che sembrano arrivare più per necessità di copione che per reale sviluppo drammatico. Persino il finale, costruito come resa dei conti definitiva, appare frettoloso e privo del peso emotivo che un racconto di vendetta dovrebbe accumulare lungo il percorso.
Il cast prova a fare il possibile. Zoé De Grand Maison sostiene con una certa fisicità il ruolo della protagonista, mentre la Applegate riesce a dare a Cassidy un minimo di ambiguità morale. Nicholas Logan, pur intrappolato nel personaggio stereotipato di Rhys, è forse l’antagonista più efficace del gruppo. Ma la sensazione generale è quella di un film che non riesce mai a trovare un equilibrio tra ambizione e mezzi.

Alla fine Organ Trail resta un western dalle atmosfere suggestive, ma narrativamente fragile. Il paesaggio innevato, per quanto evocativo, non basta a compensare una scrittura che progressivamente perde direzione.
Quello che poteva essere uno studio crudele sulla violenza della frontiera, finisce così per trasformarsi in un revenge movie disordinato, dove l’eco del grande West rimane soprattutto sullo sfondo.
Alessandrocon2esse
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