
Cosa è meglio: sopravvivere barcamenandosi tra il mediocre e il sufficiente o tentare di sbancare il banco anche rischiando molto? Questa è una domanda che tutti nella vita ci siamo e/o ci hanno fatto e tutti, chi più e chi meno, abbiamo risposto concettualmente spingendoci spesso verso l’osare. Con il tempo, però, capisci che quel rischiare era molto ipotetico e che la scelta di mettere tutto sul piatto non è cosi semplice e immediata.
La tempesta perfetta, film tratto dal libro di Sebastian Junger che a sua volta raccontava la storia realmente accaduta dell’Uragano Grace, tra le tante cose che mette dentro, punta il dito proprio su questo tema e cioè se in certi casi ne vale la pena. Ovviamente parliamo di un dolo eventuale (si accetta il rischio che qualcosa di storto possa accadere, ma non se ne ha la certezza), ma questo non esclude, appunto, la condizione psicologica dell’innalzamento della soglia del rischio di cui si diceva.
Detto questo, il mio accostamento a questo film (come per altri) non è molto oggettivo. Esistono per tutti, infatti, delle storie che ti rapiscono e che ti danno, per le ragioni più svariate, molto di più di quello che effettivamente valgono. Parliamoci chiaro, La tempesta perfetta è un ottimo prodotto, ma quello che mi ha sempre suscitato va un po’ oltre e si sa, quando l’idea supera le immagini dentro si scatena qualcosa e quel qualcosa diventa inarrestabile e irrazionale.
Nel Primi Piani che ho fatto su Billy Tyne mi sono soffermato proprio su quell’aspetto, l’irrazionalità, affermando come ogni volta che vedo un cielo scuro sopra al mare, senza appunto un motivo preciso, mi viene in mente proprio la Andrea Gail (questo il nome dell’imbarcazione) che parte con le speranze nel cuore a caccia di pesce spada (che poi è la partenza del film). Sempre su quell’articolo ho posato la mia attenzione sulla valenza psicologica dell’intera vicenda tralasciando, come era giusto che sia in quello spazio specifico, sul senso malinconico che quel viaggio mi ha perennemente trasmesso. Ci ho sempre trovato la rappresentazione visiva del testa o croce con la vita, come se il successo di quella spedizione, al di là del valore economico, per quell’equipaggio volesse dire sentirsi per una volta bravo e invincibile. E quella sensazione, a volte, vale anni di sopravvivenza, per lo meno per l’inconscio. Una traversata che ha mischiato il fango con il sogno, inserendosi in quei contesti dove la parole e le immagini si mischiano con la tua sensibilità, trasformando cosi una visione in un confronto e uno scontro con te stesso.
L’altro elemento che mi ha sempre destabilizzato, e con cui faccio spesso i conti con le storie che vivo, è la gestione del destino e di come con esso sia sempre un rischio giocare a dadi. Il film ci pone davanti alla questione e al di la della scelta (la frase che Billy che dice all’equipaggio “Questo è il momento della verità signori: qui si distinguono gli uomini dai buffoni” mi ha sempre trafitto) quello che rimane è la sua imprevedibilità e di come un secondo prima o un secondo dopo facciamo spesso tutta la differenza del mondo. La sguardo che in quella situazione si è scambiato tutto l’equipaggio era l’esatto opposto di quello che invece avevano avuto nel momento di massima soddisfazione durante la pesca. Proprio questa dicotomia estrema è una delle meraviglie del film, in essa c’è l’essenza della vita, l’apice del massimo e del minimo che ognuno di noi alla fine nel corso della sua esistenza ha.
Wolfgang Petersen è uno dei registi più sottovalutati della storia del cinema (non sto qui a dire i capolavori che ha girato, ma vi consiglio di andare a vedere). La sua caratteristica principale è sempre stata la capacità di cogliere l’essenza del momento capendo quando dare adrenalina e quando dare cuore. La tempesta perfetta ha nel suo Dna proprio questo mix e lui riesce in maniera sublime a coglierlo prima e a donarcelo poi. La Andrea Gail tra le onde è una meraviglia per gli occhi e un pugno nell’anima e stessa cosa per quei momenti intimi ricchi di non detto ma proprio per questo più intensi.
L’altro elemento vincente del film è George Clooney, o meglio la percezione che si ha, e che ho io, di George Clooney. Il suo modo di recitare tra il commediante e il malinconico mi ha sempre attirato e in una storia del genere diventa travolgente. La sensazione che ho sempre avuto è che quel capo pescatore di quella storia non potesse non avere fattezze diverse e questo mi ha, con molta probabilità, legato visceralmente a questa storia intensa, personale e per certi versi disperata.
Per come la vedo io, La tempesta perfetta è un film di cui tutti abbiamo bisogno a patto però che non ci si soffermi solo sugli eventi in se. E’ vero che essa, la storia, ha uno sviluppo consequenziale e molto concreto, ma è anche vero che dentro c’è una simbologia del mondo e dell’io dell’uomo assolutamente assordante. Pensiamo proprio all’Uragano Grace e alla sua singolarità, è proprio l’esempio dell’urlo della natura contro l’uomo e contro se stessa e la sua unicità ne è la prova. Unicità che va proprio a scavare sul concetto di destino di cui si diceva. In sostanza, quante probabilità c’erano di trovare questo inferno in quel momento (ovviamente al netto della scelta)? Dall’altro lato l’uomo con i suoi sogni, le sue speranze, le sue forze, le sue debolezze, la sua arroganza e alla fine la sua irrazionalità. Un turbine emotivo che fa scopa con l’Andrea Gail che sbatte sulle onde e a cui io non ho mai trovato rimedio. Figurativamente nella mia testa, infatti, Billy e il suo equipaggio sono ancora da qualche parte e il motivo posso solo trovarlo nel mio modo malinconico di esorcizzare le cose.
Jonhdoe1978
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