
TRAILER: non toccare le banane…
TRAMA: Ci sono persone che vivono ai margini del mondo senza nemmeno accorgersene. Non perché siano invisibili, ma perché guardano la realtà con occhi diversi, più semplici, più puri. Johnny Stecchino è la storia di uno di questi uomini. Un uomo che non capisce davvero cosa gli accade intorno, ma che proprio per questo riesce a muoversi dentro il caos senza esserne travolto.
Johnny è un autista di scuolabus. Vive una vita piccola, fatta di gesti ripetuti. Ingenuo, goffo, disarmante nella sua semplicità. Eppure, è proprio in quella che c’è qualcosa che lo protegge. Lui non conosce il male, e forse è proprio per questo che il male non sa davvero come colpirlo.
Quando incontra Maria, tutto cambia. O almeno così sembra. Lei lo guarda, lo sceglie, lo porta via con sé in un mondo che Johnny non comprende fino in fondo. Un mondo fatto di silenzi strani, di attenzioni sospette, di pericoli nascosti. Ma Johnny continua a sorridere, a fidarsi, a vivere ogni momento come se fosse normale.
Dietro quella storia surreale si muove un altro uomo: il vero Johnny Stecchino. Un criminale che aleggia su tutto il film senza quasi mai mostrarsi davvero. È il doppio oscuro del protagonista, ciò che Johnny non è e non potrà mai essere. E proprio in questo gioco di specchi nasce l’equivoco che muove tutta la storia.
Ma Johnny Stecchino non è solo una commedia degli equivoci. È anche una riflessione sottile su cosa significhi essere innocenti in un mondo che innocente non è. Johnny attraversa situazioni pericolose senza comprenderle, e proprio per questo riesce a uscirne. Non perché sia più forte, ma perché non gioca secondo le stesse regole.
Alla fine (almeno per me) quello che resta non è solo la risata. È la sensazione che, a volte, la vera intelligenza non stia nel capire tutto…ma nel riuscire a vivere comunque, anche quando il mondo intorno perde senso.
6.9/10
Mklane
Prima che il successo de La vita è bella lo schiacciasse, Roberto Benigni è stato un genio della cinematografia nostrana. I suoi film erano un condensato bellissimo di sottile ironia e gag rimbombanti e questo mantenendo sempre lo sguardo attento alla realtà e alla società.
I temi da lui affrontati sono stati i più vari e tutti cercando di esaltarne il bello e il brutto. In particolare, in Johnny Stecchino lo sguardo è rivolto all’apparenza sia nella sua accezione più sottile che a quella evidente. L’intenzione era abbastanza chiara: marcare come alcune volte anche davanti all’evidenza giriamo la testa dall’altra parte e questo o per distrazione o proprio per volontà.
Tutta la storia si sviluppa di continue dicotomie delle stesse cose e degli stessi eventi, sottolineando cosi come esiste sempre un dritto e un rovescio o, addirittura, la diversa percezione (e qui rientriamo nell’apparenza) di uno o dell’altro.
Il tutto condito da quello che secondo me è stato sempre il cavallo di battaglia di Benigni (sotto questo aspetto secondo solo a Totò): la gestione narrativa dei fraintendimenti. Mi ha sempre rapito come riusciva a gestire i malintesi e gli equivoci e Johnny Stecchino credo che sotto questo aspetto sia la sua creatura più riuscita (anche Il mostro segue questa strada ma con meno diramazioni)
Detto questo e rimanendo nel generale, questo impone questo spazio, quello che mi impressionò all’epoca e che impressiona ancora oggi è la continuità del livello della storia. Non ci sono mai attimi down e questo se si pensa che ci riferiamo a un film che punta tutto sull’elettricità dei momenti e del ritmo è una cosa enorme. Sono veramente tante le scene e le frasi entrati nell’immaginario collettivo e che hanno attraversato il tempo e quando questo avviene vuol dire che si è superati la normale soglia di una storia per diventare vicinanza, socialità, immortalità.
Personalmente ho sempre adorato la scena della banana, ma rimane un gusto personale e comunque di pari livello rispetto ad altre.
Facendo riferimento a quanto detto all’inizio e andando a chiusura, è incredibile come l’Oscar abbia smontato un autore tanto ispirato. Ed un peccato perché se è vero che abbiamo avuto l’onore di vedere un’opera come La vita è bella, ci siamo privati di qualche altra pellicola che, come questa, ci avrebbe fatto ridere di gusto e fatto pensare allo stesso modo.
Voto 7.4/10
Jonhdoe1978
A Palermo, in Johnny Stecchino, il problema non è la mafia. Il problema, com’è noto, è il “traffico”.
Basta questa trovata, insieme fulminea e velenosa, per capire quanto Roberto Benigni fosse in stato di grazia quando firmò il suo film forse più compatto e popolare: una commedia degli equivoci che lavora da meccanismo a orologeria e che, dietro l’apparente leggerezza, maneggia materia esplosiva con un’ironia tutta laterale, mai predicatoria.
Il dispositivo è semplice e fertilissimo: Dante Ceccarini, autista di scuolabus bolognese, ingenuo, sentimentale, quasi infantile, è il sosia perfetto di Johnny Stecchino, boss mafioso braccato dai rivali. A innescare il corto circuito è Maria, moglie del criminale, che attira Dante in Sicilia per usarlo come inconsapevole esca. Da qui Benigni, insieme a Vincenzo Cerami, costruisce un congegno di scambi, doppi, travestimenti e fraintendimenti che trova nella seconda metà la sua vera esplosione comica, fino alla memorabile sequenza del ricevimento, dove la macchina degli equivoci gira con precisione quasi americana.
È probabilmente il Benigni più “costruito”, nel senso migliore del termine: meno anarchico, più scritto, ma non per questo meno fisico. Anzi, qui la sua comicità corporea raggiunge una purezza quasi da cinema muto. Il furto delle banane, la mano agitata per simulare l’invalidità, l’arrampicata sul muro dell’albergo, il gioco dello specchio nell’armadio: sono gag che rimandano apertamente a Charlie Chaplin, Harold Lloyd, ai fratelli Marx, perfino a Totò, e che Benigni restituisce con una plasticità personale, nervosa, elasticissima.
Non tutto ha la stessa forza, e la prima parte soffre qualche lentezza di troppo; certe scene vengono tirate oltre il necessario, come se il film indugiasse un po’ troppo nel preparare il detonatore. Ma quando ingrana davvero, diventa irresistibile.
Benigni funziona soprattutto come Dante, personaggio candido e stralunato, mentre il mafioso Johnny resta inevitabilmente più una sagoma che una presenza davvero credibile. Poco male: il film sa benissimo dove abita la propria energia. Accanto a lui, Nicoletta Braschi è presenza decisiva e ambigua, figura seducente e quasi irreale, già vicina a quella trasfigurazione fiabesca che diventerà centrale nel cinema successivo di Benigni. Attorno, ottime spalle: Paolo Bonacelli, Ivano Marescotti e Franco Volpi.
Certo, oggi si possono avvertire alcune asperità: un uso del tema dell’handicap che lascia perplessi, qualche ambiguità tonale, una chiusura meno brillante del percorso che la precede. Ma restano dettagli in un’opera che conserva una vitalità comica rara.
Johnny Stecchino è uno dei punti più alti del Benigni autore: un film pieno di invenzioni, di tempi perfetti, di battute entrate nell’immaginario, capace di toccare temi pesanti senza farsi schiacciare da essi, e soprattutto di far ridere moltissimo senza rifugiarsi nella volgarità.
Una commedia intelligentissima, e ancora oggi contagiosa.
Voto 7.3/10
Alessandrocon2esse
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