
Con Il signore delle formiche il regista calabrese Gianni Amelio torna a una delle sue ossessioni più fertili: la violenza “legale” che si traveste da buon senso, e la crudeltà privata che si fa istituzione.
Il film riporta al centro il caso “Braibanti”, una vicenda che nel 1968 (e già dal 1964 nelle sue premesse) mise l’Italia davanti allo specchio più sgradevole: l’impossibilità di nominare l’omosessualità senza trasformarla in reato, scandalo, malattia.
Il merito principale dell’opera è evidente e politico: ricordare che Aldo Braibanti (Luigi Lo Cascio), intellettuale, drammaturgo e mirmecologo, fu condannato a nove anni (poi ridotti) per plagio, un’accusa costruita per aggirare l’assenza di un articolo di legge che punisse “l’amore fra uomini”, ma non la sua persecuzione sociale.
Amelio sceglie una struttura a scatti temporali. L’avvio, con l’irruzione della famiglia nella pensione romana dove Braibanti vive con il giovane compagno (nel film Ettore Tagliaferri, nella realtà Giovanni Sanfratello), apre un lungo flashback: la provincia piacentina, la “factory” culturale dove si recita, si discute, si studia Alberto Moravia e si esercita un magistero che è insieme fascinazione e tirannia. Qui Lo Cascio costruisce un Braibanti volutamente non “santino”: autoritario, tagliente, capace di umiliare un allievo in nome del rigore, e proprio per questo più credibile come figura carismatica e pericolosa per la morale corrente.

L’incontro con Ettore (Leonardo Maltese, esordiente sorprendentemente preciso) nasce da un dettaglio-chiave: una formica regina, rara e alata, dono quasi iniziatico. È un’immagine che spiega il titolo e, in filigrana, l’intero impianto simbolico: il formicaio come “stomaco sociale” che divora l’individuo per salvare la norma; l’orientamento infallibile delle formiche come capacità perduta dagli uomini quando la paura detta le leggi.
Poi il film torna avanti: il processo, la gogna, l’accanimento mascherato da tutela del “ragazzo plagiato”. E soprattutto il destino di Ettore, la parte più atroce e meno spettacolare: la famiglia che “recupera” il figlio come proprietà, l’internamento, le terapie riparative, l’elettroshock. Qui Amelio lavora da melodrammaturgo classico: non cerca l’effetto scandalistico, ma una progressiva sottrazione di futuro. Il dolore non esplode, si deposita; e proprio questa compostezza (quasi un pudore ostinato) diventa la cifra più convincente del film.

A fare da cerniera fra privato e Storia entra il personaggio inventato di Ennio Scribani, cronista de l’Unità interpretato da Elio Germano. È il “Virgilio” del racconto, l’occhio che vede il processo per ciò che è: un giudizio sull’esistenza stessa di un desiderio non allineato. Germano gli dà nervo, urgenza, una modernità perfino spiazzante, e infatti ogni volta che Ennio entra in scena il film respira: le redazioni, le correzioni imposte, i compromessi della politica, il lessico che si contrae per non turbare la rispettabilità. Accanto a lui, la cugina attivista Graziella (Sara Serraiocco) e gli studenti in piazza disegnano la parte più apertamente militante del film, fino alla scelta simbolica (discutibile, ma eloquente) di far apparire Emma Bonino come segno di una genealogia radicale che, anni dopo, porterà all’abolizione del reato di plagio (1981).
Eppure è proprio in questa zona che l’opera mostra i suoi limiti. Amelio ha il gusto del “caso” esemplare, ma talvolta lo irrigidisce in un sistema di funzioni: il perseguitato, il giornalista coraggioso, la famiglia bigotta, l’Italia ipocrita. Ne derivano dialoghi spesso troppo “scritti”, quasi competitivi nel cercare la frase-simbolo, e una recitazione di contorno altalenante che accentua una certa impressione di cinema “in posa”.

Anche la ricostruzione del contesto (paradossalmente, in un film che vuole mettere a nudo un Paese) resta a tratti astratta: la ferita collettiva, la temperatura sociale, i piani alti del potere rimangono sullo sfondo, come se la storia venisse privatizzata nel dramma di pochi. Non aiuta, inoltre, una messa in scena che in alcuni passaggi sa di televisivo e un ritmo che si appiattisce proprio nei momenti deputati alla detonazione (il tribunale, la pubblica infamia), quando ci si aspetterebbe più spregiudicatezza, più rabbia.
Ma Amelio non è mai stato un regista di sfogo: è un autore di soffocamenti. E Il signore delle formiche funziona quando stringe la società come una morsa (gli sguardi, i silenzi, la risata di chi “sa già”) e quando fa della giustizia un teatro dell’orrore quotidiano. In controluce affiorano echi di Porte aperte (la stessa idea di Stato come macchina ottusa), tracce viscontiane nel mélo, persino una musicalità operistica che culmina nel finale bucolico, lirico e “impossibile”, dove un incontro mai avvenuto si trasforma in commiato: struggente, sì, ma anche rivelatore del movente più intimo del film, quello di un’autobiografia indiretta.

Non è un’opera perfetta, né sempre centrata: a volte didascalica, a volte troppo composta per essere davvero urticante.
Ma resta un film necessario, e soprattutto un film che (grazie a Germano e al magnifico lavoro di Maltese, con Lo Cascio in una misura severa e non accomodante) riesce a trasformare un processo infame in una domanda ancora viva: quanto è lunga, davvero, la distanza fra una società che “non ha parole” e una che usa le parole per ferire meglio?
Alessandrocon2esse
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook


Lascia un commento