
TRAILER: Romanzo molto criminale
TRAMA:Il Falsario parte tutto serio, cupo, concentrato, con quell’aria da “mo te racconto una storia vera, de strada, de criminalità e de uomini che sbagliano”. Musica bassa, facce tese, ambienti grigi…e invece dopo dieci minuti capisci che stai guardando na puntata scartata de Romanzo Criminale – La Serie, solo senza il Libanese, senza il Freddo e senza manco mezzo dialogo memorabile.
Tratto da una storia vera e non da un libro de Stephen King, la trama gira attorno a sto tizio che campa de falsi, soldi stampati, documenti tarocchi e amicizie sbagliate. Uno che pensa de esse più furbo degli altri (forse perche c’ha er baffo più lungo de tutti), ma in realtà è solo uno che se sta a infilà piano piano in un casino più grande de lui. Intorno c’ha criminaletti, contatti loschi, facce che parlano sottovoce e tradimenti che vedi arrivà tre scene prima.
Il problema è che tutto sa de già visto. Ogni scelta del protagonista sembra presa dal manuale “Criminalità italiana per principianti”. Ogni scena drammatica pare costruita per fà er verso a robe migliori. Stai a vedè n’artra cosa, ma la minestra è sempre quella.
I personaggi secondari entrano, parlano poco, guardano male e spariscono. Nessuno che lasci er segno. Nessuno che te faccia dì “oh, questo me lo ricordo”. È tutto corretto, ordinato, pulito…e purtroppo un pò noioso.
Il film che scorre, passa, finisce…praticamente anonimo. E quando arrivano i titoli de coda tu non sei arrabbiato, sei solo leggermente deluso. Come quando ordini l’amatriciana e te portano la pasta in bianco.
Conclusione: Il Falsario è un film che vorrebbe esse crudo, urbano, importante. Ma resta solo un’ombra lunga de cose fatte meglio. Una storia falsa… pure quando prova a sembrà vera.
Voto 4.5 / 10
Mklane
Si potrebbe dire che Il Falsario ci parli del talento, del senso dell’opportunità, delle dinamiche complicate della Roma a cavallo tra gli anni 70 e 80 o più semplicemente della bravura di Stefano Lodovichi di prendere una storia parzialmente vera e poi edulcorarla in maniera solida e attendibile. E invece dal mio punto di vista, ci parla soprattutto di altro e questo altro ha una solo parola: priorità. Nell’arco della propria vita ognuno di noi sceglie una strada, un modello di comportamento generale da seguire e che fa in modo che tutte le decisioni siano una sua diretta conseguenza. E se questo è vero, poi capitano le situazioni inaspettate e qui le cose rischiano di saltare e quello che rimane, appunto, è solo il senso delle priorità.
Il Falsario è un film solido, costante nell’attenzione e che in un certo senso tende a giocare con noi creando un MacGuffin (e non per la fine in se ma appunto per la morale che c’è dietro) armonioso e pieno. Il percorso è calibrato (ho apprezzato molto il non aver cercato costantemente la luna narrativa) e riesce sia a non svilire un momento drammatico della Roma e dell’Italia del periodo che a dipingere nel giusto spessore tutti i personaggi e il loro ambito nello scacchiere. Si percepiscono il filo dell’ambizione, dell’amore aggiustato per quanto puro, delle ingiustizie, dei falsi miti, dei giochi di potere (impreziositi dal loro sviluppo a più livelli) e, soprattutto, dal confine morale e di azione che ha l’amicizia (ma credo che il discorso valga per i rapporti e i sentimenti in generale). In mezzo ai falsi e alle repliche, infatti, quello che rimane è quel modo diverso di affrontare e/o vedere la situazione di una persona cara (quasi eterna) e di come gestirne azione e idee. Le linee in questo caso sono opposte e il triangolo creato mostra proprio le possibili lunghezze d’onda e questo a prescindere dal ruolo, dalla pericolosità o dalla convenienza (pensiamo a quanto sarebbe convenuto a Toni isolare Fabione…).
Un prodotto, andando a chiusura di queste righe, che merita attenzione e che mostra, mi premo sottolinearlo, la grande bravura di Castellitto, sempre più a suo agio nel trovare anime e cuore dei suoi personaggi.
E ora fischiettate con me come ho fatto io dopo i titoli di coda:
Gira, il mondo gira
nello spazio senza fine
con gli amori appena nati
con gli amori già finiti
con la gioia e col dolore
della gente come me.
Voto 6.8 / 10
Jonhdoe1978
Con Il falsario il regista e sceneggiatore grossetano Stefano Lodovichi prova a trasformare una figura-limite della nostra cronaca come Antonio Chichiarelli, qui Toni della Duchessa (Pietro Castellitto), in un racconto sul talento quando smette di cercare l’originale e scopre che la copia, se perfetta, può valere più della verità.
Il film lo dice subito, quasi a mettersi al riparo: è “Una delle tante storie possibili”, liberamente (e falsamente) ispirata a un personaggio reale e al libro di Nicola Biondo e Massimo Veneziani. Scelta legittima, ma che pesa.
Toni arriva a Roma dai margini abruzzesi all’inizio degli anni ‘70 con due amici d’infanzia, il prete Don Vittorio (Andrea Arcangeli) e l’operaio destinato alla militanza armata Fabione (Pierluigi Gigante), e un’ambizione sproporzionata: diventare artista in una città che abbaglia e divora. I suoi quadri non interessano a nessuno; la sua mano, invece, è miracolosa nel riprodurre. Da Piazza Navona alle gallerie, la parabola è rapida: falsi del primo ‘900, firme, documenti, fino al sottobosco più torbido in cui si incrociano Banda della Magliana, BR, servizi, mafia e Vaticano, con l’ombra lunga del caso Aldo Moro (e del famigerato comunicato “Numero 7”) a dominare il terzo atto.
La sceneggiatura, firmata da Sandro Petraglia con Lorenzo Bagnatori, innesta il film nel solco dei grandi cineromanzi italiani alla Romanzo criminale, e l’eco di Marco Bellocchio è evidente. Ma Lodovichi sceglie soprattutto il passo del genere: crime movie, thriller politico, noir pop dal ritmo sostenuto, una Roma ricostruita tra atelier, salotti, notti al Jackie O’, cantine e sparatorie. Funziona l’atmosfera: seducente e marcia, “porta e tempesta”, piena di vitalità e intrallazzi.
Il motore, però, è Castellitto: guascone, rapido, spavaldo e vulnerabile, con tic e accento ormai riconoscibili ma qui finalmente ben incastrati. Accanto, Giulia Michelini è una Donata ambiziosa e lucidissima, amante e pigmalione che fiuta il pericolo e sa quando tirarsi indietro; intorno, un cast di comprimari “criminali” (Edoardo Pesce, Claudio Santamaria e Fabrizio Ferracane) che richiama un immaginario consolidato.
Il limite sta nella normalizzazione del protagonista: più truffatore simpatico che gangster davvero oscuro. Nel privilegiare l’intrattenimento, il film attenua le responsabilità e smussa le ambiguità più scomode, camminando su una linea sottile tra fiction e revisionismo.
Resta un’opera affascinante e spumeggiante, spesso efficace, che seduce con la sua copia ben fatta; ma proprio come i falsi di Toni, lascia il retrogusto di un originale che avrebbe potuto essere più pericoloso, e quindi più vero.
Voto 6/10
Alessandrocon2esse
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