
Il grande dolore che noi proviamo è figlio quasi sempre dell’assenza. Come uomini non riusciamo, infatti, ad accettare che non possiamo più parlare o interagire con una persona, e questo ci annienta, aumentando quel terrore che la mortalità quasi sempre ci procura. E proprio da questa voglia viscerale di provare a essere immortali che sono nate alcune storie, quasi che parlandone si crei un’inconscia possibilità, per quanto remotissima, che per qualcuno il miracola si avveri e la vita diventi eterna o almeno più lunga. Ma l’uomo non si è mai fermato su questo concetto e allora si è chiesto se anche l’immortalità avesse i suoi pegni da pagare ed è cosi che torniamo al primo capoverso e quindi, di nuovo, all’assenza.
Mi sono immaginato Luc Besson che mentre scriveva il suo Dracula si perdeva in queste domande cercando e dando risposte affini alla sua morale e alla sua idea. E se è cosi, cosa che non si può negare, allora il regista francese ha dentro un mondo esteso fatto di emotività e sogni più che di gesti. Se non fosse cosi non si potrebbe neanche pensare a una sceneggiatura cosi introspettiva e emotivamente cavalcante tanto da, in molti casi, invertire i termini di giusto e sbagliato. Anzi, se proprio devo essere onesto credo che l’intento era proprio quello: invertire e mischiare il cattivo e il buono, il giusto e lo sbagliato. Non si spiegherebbe la freddezza finale del “salvatore” di turno quasi a dire che lo stesso Dio, avvezzo agli aggiustamenti di comportamento, nasconda una giustizia occasionale e con essa un modo asettico di valutare uomini e eventi. Questa della freddezza, rappresentata dal personaggio di Christofer Walts, mi ha colpito moltissimo, forse perché proprio si distingueva dall’ariosità di un amore pieno di tutto. Una contrapposizione pressante e che, a mio avviso, ha segnato la riuscita concettuale di questo film.
L’altro elemento che mi ha colpito sono i perfetti tempi narrativi, con botte e risposte, a volte anche giustamente commedianti, decise e precise. Anche i monologhi di Vlad sono sempre appassionanti e mai e poi mai rasentano l’ovvio o la retorica. Per quanto pompose, le frasi reggono e anzi ti riempiono di attesa, disperazione, inevitabilità e soprattutto, al di la della condizione, sovrapposizione. In qualche modo, infatti, in questo viaggio si trova spazio per la propria storia, qualunque sia, quasi a dimostrare che l’amore per quanto trasversale ha delle regole da cui non si esce, almeno per quelle che sono le sensazioni e le emozioni derivanti.
La colonna sonora, o meglio il motivo dominante, perché di questo di tratta, è emotivamente arrembante e tende a marcare tutta la solitudine, la nostalgia e per certi versi, la rassegnazione dolente del protagonista. La sua funzione però, a mio avviso, non finisci qui perché, per come viene percepita, amplifica il senso stesso del film. Parliamoci chiaro, per come impostata la trama, qui il vampirismo è una metafora, un modo per spiegare come l’amore non è confinante e di come esso possa scindersi dall’egoismo dell’assenza (di nuovo) per trasformarsi e unirsi (non è che una cosa esclude l’altra) nelle necessità di saper felice l’altra persona.
Anch’essa di valore, sempre a mio avviso, la cadenza della storia. E si lineare e senza scossoni importanti, ma è perfettamente funzionale allo scopo e da più tempo alle personalità in campo (Vlad in primis) di uscire fuori e arrivare allo spettatore. Proprio quest’ultimo passaggio mi porta ad elogiare la prova di Caleb Landry Jones, attore che conoscevo molto poco e che mi ha a tratti entusiasmato. Ha messo in campo un carisma enorme e quindi un’attendibilità perfetta per un personaggio storicamente enorme e ingombrante. E devo dire che tutto il cast gli va dietro a partire da Christoph Waltz che sostanzialmente fa il Christoph Waltz. Questi ormai sono i suoi ruoli e, evidentemente, ci va nozze. Sorprendente, anche in questo caso per ignoranza mia, Zoë Bleu. Prova intensa, sensuale e giustamente concreta. Ha una struttura strana del viso (dal viso ancora di più), ma magicamente funziona sempre e anche molto bene. Anonima Matilda De Angelis. Nel senso, brava ad entrare in un progetto del genere, ma assolutamente sostituibile con moltissime altre attrici.
Uno dei momenti più belli, anzi probabilmente il più bello, della mia Festa del Cinema di Roma, è stato vedere Luc Besson commosso durante la standing ovation post visione. E’ stato bello perché parliamo di un autore che ha fatto tanto per il cinema (non credo ci sia bisogno di citare le sue opere) e vederlo cosi vuol dire che l’anima è rimasta la stessa e questa è una cosa meravigliosa. Si aveva l’impressione che non volesse andarsene da quella platea ed è stato emozionante e, permettetemi il termine, “contaggiante”.
Detto questo Dracula – L’amore perduto non è un film perfetto, ma assolutamente riuscito si. Trasmette tanto e questo considerando che è un argomento trattato decine e decine di volte, è un merito enorme. Cerca di avere un taglio diverso, più sentimentale e omnicomprensivo per quel che riguarda l’amore, ma non disdegna momenti di azione belli e intensi. L’unica cosa che mi aveva lasciato perplesso è la fine, ma poi facendo seguito al discorso sulla freddezza fatto all’inizio, ho capito l’intento di Besson e quindi, sostanzialmente, non aveva altra scelta di conclusione. Se, ad esempio, avesse scelto la stessa linea di Francis Ford Coppola e del suo Dracula di Brian Stoker, probabilmente avrebbe assecondato le aspettative di molti, ma non ottenuto quel quid nel messaggio che evidentemente cercava e voleva.
La mia Festa del cinema 2025 si è conclusa con questo film e ripercorrendo tutto quello che ho visto e le sensazioni provate, non potevo aspirare a conclusione migliore e questo perché quando un evento o un qualcosa finisce ci aggrappiamo sempre al ricordo di immortalità dello stesso e alla voglia incondizionato di riesserci di nuovo, e chi meglio di Dracula può rappresentare questa condizione di ineluttabile, magicamente oscura e altalenante speranza?
Jonhdoe1978
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