
Quando esce un nuovo di film di un grande regista (ma vale anche per gli attori, seppur in misura ridotta) c’è subito la corsa al paragone. Lo sport preferito diventa cosi inquadrarlo nella sua filmografia mettendolo subito nella classifica, cosi aggiornata, di tutti i lavori.
All’uscita di Disclosure Day le voci si sono inseguite e l’opinione generale è stata quella di considerarlo come il miglior prodotto di Spielberg degli ultimi vent’anni. Per puro diletto sono andato a vedere cosa coprisse questo arco temporale e alla fine la mia opinione è che non condivido questa considerazione a prescindere se nel ventennio inseriamo Munich (che è del 2005 e quindi di 21 anni fa) o no.
Definito l’ambito, in qualche modo quindi anche io ho delineato una griglia, Disclosure Day non è assolutamente un brutto film, anzi direi abbastanza buono, ma che nella sua complessità non riesce mai a cambiare veramente passo soprattutto nel momento, in cui le due parti di cui è composto, dirò subito il perché, si passano il testimone.
La prima parte, che poi copre quasi tre quarti del film, è sicuramente la migliore se non altro perché mostra l’ancora attuale maestria di Spielberg a gestire i momenti action. Un ritmo indiavolato ricco di cambi scena, piani sequenza e inquadrature adrenaliniche e entusiasmanti. Accanto a tutto ciò una trama nel complesso intrigante, che crea le giuste domande soprattutto perché fa in modo che la mente le rincorra esattamente come i protagonisti. In questo caso, tutto non gira intorno all’esistenza o no dei grigi, che da subito viene data come assodata, quanto sulla portata del complotto e sulla portata delle capacità degli stessi alieni. Le due cose si combinano in continuazione lasciando però sempre una piccola porticina sul fatto che ci sia qualcosa che ancora non ci era stato detto, il classico colpo di coda tipico di un mistero universale. Cosa quest’ultima che viene smontata o meglio, cancellata appena la storia inizia la sua seconda e anche ultima parte. All’improvviso, tolta una scena, tutta l’azione viene sostituita da una sorta di intima riflessione sui cardini umani e la presenza degli alieni diventa un modo che fare il quadro, appunto, sull’umanità sia nel bene che nel male. Gli ultimi minuti sono più un inno all’intimismo e alla voglia dello stesso Spielberg di non distogliere lo sguardo alla speranza e alla possibilità di comprensione e comunicabilità. Non nego che questo segmento della storia qualcosa in qualche modo ti lascia ma la sensazione generale è stata meno intensa di quello che avrebbe dovuto e che sicuramente volevo lo stesso autore. Il senso di conciliabilità sociale arriva ma c’è meno incanto e meno magia rispetto ad esempio (il paragone non poteva non esserci) con Incontro ravvicinati del terzo tipo. L’epilogo vuole lasciare un sospeso interpretativo trasversale dando alla fine a ognuno di noi la possibilità di modellare il proseguo nonostante sia stata in ogni caso tracciata la strada per una sorta di globalità dell’universo. Potrebbe sembrare quasi un messaggio politico da parte di Spielberg ma secondo me le sue intenzioni erano altre e ricalcano il suo modo quasi speranzoso di vedere una vita oltre i nostri confini, oltre che superamento mentale dei nostri limiti mentali.
Per la sceneggiatura Spielberg ha scelto David Koepp. Nel complesso non si disconosce la sua bravura, la carriera parla per lui, ma la sensazione che ho avuto è che sia stato il regista a nobilitare il suo lavoro e non viceversa. Sostanzialmente una struttura narrativa del genere in mano a un altro non credo avrebbe avuto la stessa resa. Tanto per fare un esempio: uno può anche metterla su carta una scena action o un inseguimento ma se poi non riesci a dargli intensità visiva…
Gli stessi che hanno osannato il film lo hanno fatto con il cast, Emily Blunt in primis. Ora non posso non dire che la sua sia una buona prova ma ormai nel mio inconscio lei si è visivamente smarrita. Dopo gli interventi vedo il suo viso molto più fermo, con una espressività meno completa e complessa. Ho sempre l’impressione che le serva una movenza di più per ottenere il risultato voluto e richiesto e questo non me la fa considerare come un’attrice da e di primissimo piano. Di accompagno si, da copertina un po’ meno. E vista sotto questo punto di vista, infatti, escono benissimo sia Josh O’Connor (soprattutto) che Eve Hewson. La loro è indubbiamente una prova di sostanza e di presenza che poi era quello che gli si chiedeva. Sostanza, che sia chiaro, ha anche la Blunt ma rimangono le remore di qualche riga fa.
Colin Firth rimane una certezza e lui si che con un solo movimento delle ciglia ti trasmette una sensazione.
Tirando le somme credo che Disclosure Day sia un buon film ma di certo non uno dei primi 10 di Spielberg e non uno di quelli per cui verrà ricordato e/o citato. Rimangono le sue stigmate di talento immenso nel gestire la cinepresa, i tempi e gli spazi ma stavolta l’alito di meraviglia è rimasto parzialmente in valigia.
Alla fine in qualche modo ci chiede di ascoltare e sicuramente lo faremmo e lo faremo, l’unica cosa è che stavolta la poltrona è meno comoda di quella che ci ha dato molte altre volte.
Jonhdoe1978


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