
Se oggi mi chiedessero un titolo quale emblema di questa mia saltuaria rubrica (iniziata più di un anno fa) che mi vede recensire alcuni titoli (comprati fisicamente) scovati qua e la tra i negozi di settore e/o l’online, direi certamente Dead End.
Il motivo è semplice: è la perfetta sincronizzazione di una scelta molto casuale e di uno spettacolo sorprendente e intrigante, e io questo tipo di combinazione le amo profondamente.
La trama è molto semplice e mi ha fatto venire in mente alcune storie gotiche oltre ad alcune fumettistiche (Dylan Dog ad esempio ha basato molti albi su narrative del genere): una famiglia in viaggio che per colpa del suo pilota perde l’orientamento ritrovandosi a loop sulla stessa strada.
Come è facile da capire non ci troviamo di fronte all’originalità fatta persona, ma quello che sorprende da subito di questo film è il senso di attendibilità che trasmette. E’ evidente che questa è una produzione molto piccola e con un budget contenuto, ma le accortezza utilizzate, con l’aggiunta di un’immaginazione toccante e presente, non te lo fa pesare per nulla permettendoti cosi di concentrarti sul senso della trama e sul suo sviluppo. Sotto quest’ultimo aspetto, ancora più sorprendente, il fatto che tutto il film si regga praticamente sul nulla (si un paio di teorie qua e la) e nonostante questo l’attenzione rimane alta e anzi con i minuti aumenta sempre di più. Il motivo, a mio avviso, sta molto nell’aver armonizzato il contesto horror e di mistero a quello personale e di sviluppo, vita e percezione dei personaggi, creando cosi un mix che ha reso il tutto pieno e creato le perfette basi per l’epilogo.
Ecco, non nascondo che proprio gli ultimi secondi sono il sale e il successo finale di Dead End. Si è riusciti ad unire la cultura del mistero con la percezione della vita e della morta che comunemente abbiamo, insieme a un misticismo religioso e estremamente vicino. Entrando un filo nello specifico e avvertendo sprazzi di spoiler, si può dire che in pochi minuti (il film ne dura appena 80) ha preso tutte le credenze sull’attimo prima di morire e la percezione che noi abbiamo di quello stesso attimo e lo ha portato alla sua più intensa manifestazione senza perdere (anzi unendo) l’altra parte della medaglia, che è quella in cui una persona si trova appesa tra l’aldilà e l’aldiqua. Questa duplice visione, o meglio prospettiva, non è facile da gestire in una stessa storia e necessita di una capacità narrativa non comune, se non altro per il metodo di esposizione. Tanto per spiegare, essere estremamente chiari lasciando aperta la porta del dubbio e dei pensieri è una cosa difficilissima e nella quale molti autori sono caduti.
Autori di regia e sceneggiatura Jean-Baptiste Andrea e Fabrice Canepa che meritano un ulteriore applauso. Oltre, infatti e come detto, a una gestione complessiva buonissima, sono artefici di alcune scelte stilistiche assolutamente apprezzabili. Si vede che hanno fatto di necessità virtù, ma la sensazione di concreto è sempre predominante. Tanto per fare un esempio, le riprese dall’alto (modellino?) sono assolutamente ficcanti e rendono perfettamente l’dea dell’ambito e della situazione. A corollario, ho letto che il primo ha fatto qualche altro progetto e sono sicuro (stavolta la mia ricerca sarà mirata) che vedrò di recuperarlo.
A livello di pura prova attoriale credo che l’essere riuscito a far entrare nel progetto Ray Wise e soprattutto, Lin Shaye, sia stata una gran cosa. Tutto il film gira su pochissimi personaggi (se escludiamo la fine sono 7) e per reggere materialmente l’idea era necessaria una presenza scenica almeno buona e loro l’hanno garantita. Soprattutto, hanno compensato gli altri attori, evidentemente quasi improvvisati.
Come spesso mi capita appena tolgo il Dvd dal lettore, la cosa che faccio è di vedere se il film appena visto si trovi su qualche piattaforma streaming: è una sorta di rito. La maggior parte delle volte, a prescindere dalla valenza, non ne trovo traccia, e questo è un altro dei casi. Stavolta, però, mi trovo obbligato a consigliare il recupero almeno per quelli a cui piace il genere. Anzi, potrei anche ampliare il raggio perché alla fine Dead End (bellissimo il senso del vicolo cieco) apre molto di più della sola causa/evento. Il discorso alla fine è quasi catartico e va da quello che tutti dicono ci succeda il secondo prima di morire al limbo in cui la nostra mente rimane intrappolato quando si trova tra la vita e appunto, la morte. E se a questo si aggiunge quel sottile mistero, ripeto molto gothiko, nel quale esiste metaforicamente un qualcuno che ci accompagna nell’ultimo miglio, ecco che tutto assume un ottimo sapore. Insomma ottanta minuti volati e che hanno aumentato (anche se non c’era molto bisogno) la mia voglia/convinzione che nei meandri del cinema ci sono centinaia di pellicole che meritano e che ci possono lasciare qualcosa, oltre a dare un sapore migliore a una giornata magari non proprio altissima.
Jonhdoe1978
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