
La bugia, in Bugiardo bugiardo, non è un vizio: è una professione, un riflesso condizionato, quasi una forma di respirazione sociale.
Fletcher Reede (Jim Carrey), avvocato brillante e padre inaffidabile, ha costruito la propria carriera sulla capacità di deformare i fatti fino a renderli utili alla causa. Mente in tribunale, mente con i colleghi, mente alla ex moglie Audrey (Maura Tierney), mente soprattutto al figlio Max (Justin Cooper), che continua ad aspettarlo mentre lui arriva tardi, cancella promesse, inventa scuse. Il desiderio espresso dal bambino nel giorno del compleanno (che il padre non possa mentire per ventiquattr’ore) è il classico innesco da commedia fantastica: semplice, efficace, perfetto per spalancare il campo alla fisicità fuori controllo di Carrey.

Tom Shadyac, che aveva già diretto l’attore in Ace Ventura – L’acchiappanimali, costruisce il film su una premessa aurea e commerciale: mettere un bugiardo seriale nella condizione di dire sempre e soltanto la verità.
L’idea è forte, quasi infallibile, perché consente di trasformare ogni situazione quotidiana in una trappola comica: la riunione con i superiori, l’incontro con l’impiegata, il confronto con l’ex moglie, le udienze in tribunale, il rapporto con la cliente Samantha Cole (Jennifer Tilly), donna adultera che Fletcher deve difendere in una causa matrimoniale grottesca. Il problema è che, attorno a quell’intuizione, la sceneggiatura di Paul Guay e Stephen Mazur costruisce un edificio molto più convenzionale di quanto sembri.

Il film funziona quando lascia Carrey libero di scatenarsi. La sua battaglia contro le parole che vorrebbe pronunciare e quelle che è costretto a dire produce alcune gag ancora oggi irresistibili: la sincerità brutale con i capi dello studio legale, il corpo che si ribella alla volontà, la celebre scena dell’autolesionismo, l’energia quasi atletica con cui l’attore trasforma il volto in gomma e il corpo in un campo di battaglia. In quei momenti Bugiardo bugiardo giustifica la propria fama: Carrey è un one man show di potenza impressionante, capace di prendere una commedia tutt’altro che memorabile e trascinarla, da solo, oltre i limiti della sua scrittura.

Il rovescio della medaglia è che il film sembra avere paura della sua stessa forza comica.
Rispetto alla ferocia più demenziale del già citato Ace Ventura, Scemo & più scemo di Peter Farrelly o The Mask di Chuck Russell, qui Carrey viene incanalato dentro una struttura più addomesticata, sentimentale e rassicurante. Fletcher non deve solo far ridere: deve imparare la lezione, riconquistare il figlio, dimostrare di essere un padre migliore e impedire che Audrey parta per Boston con il nuovo compagno Jerry (Cary Elwes). La conseguenza è un compromesso non sempre felice tra umorismo triviale, favola familiare e morale edificante.
La scorrettezza c’è, ma viene continuamente ricondotta all’ordine; la cattiveria affiora, poi viene disinnescata da una melassa affettiva piuttosto prevedibile.

Anche i personaggi secondari restano quasi sempre al servizio del meccanismo. La Tierney dà dignità ad Audrey, il piccolo Cooper funziona come bambino deluso ma adorante, Elwes interpreta Jerry come il rivale buono fino alla caricatura, la Tilly presta corpo e (soprattutto) voce a Samantha, Anne Haney, nei panni della segretaria Greta, aggiunge qualche nota di umanità, mentre Jason Bernard, nel ruolo del giudice Marshall Stevens, porta una presenza comica più solida di quanto il film meriti. Ma tutto, inevitabilmente, ruota attorno a Carrey: quando lui accelera, il film vive; quando la sceneggiatura pretende di commuovere o chiudere i conti con la famiglia, l’interesse cala.
Il finale all’aeroporto, rocambolesco e apertamente forzato, conferma l’anima più pigra dell’operazione: una corsa disperata verso il ripristino del nucleo familiare, con ferite, cadute e redenzione già scritte.

Ma non è qui che Bugiardo bugiardo trova la sua ragione d’essere. La trova piuttosto nella capacità di Carrey di rendere fisico un conflitto astratto: volere mentire e non poterlo fare. Da questo punto di vista, il film resta una macchina comica godibile, a tratti travolgente, ma anche un prodotto furbo, moralista e molto meno libero di quanto il suo protagonista avrebbe potuto permettere.
Una commedia efficace, non certo memorabile; salvata dall’attore, più che dal cinema che gli viene costruito attorno.
Alessandrocon2esse
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