
TITOLI DI TESTA: me so perso qualcosa…
TRAMA: ci sono storie che iniziano con una perdita e sembrano voler raccontare il dolore. E poi ce ne sono altre che partono da lì… e decidono di scendere ancora più in basso. Bring Her Back è una di quelle. Un film che si presenta come un dramma, si traveste da horror psicologico e finisce per diventare qualcosa di disturbante, quasi grottesco, dove il confine tra dolore e follia si rompe scena dopo scena.
Tutto comincia con due ragazzi che perdono il padre. Una morte improvvisa, quasi assurda, in una doccia che sembra più una liberazione che un incidente. È come se il film stesso suggerisse, fin dall’inizio, che quel mondo è già storto, che qualcosa non funziona e che da lì in poi non farà che peggiorare.
I due fratelli vengono affidati a una donna. Una figura che dovrebbe rappresentare protezione, stabilità, una nuova possibilità. E invece è l’esatto contrario. Non è solo instabile: è una presenza che inquieta, che osserva, manipola. Una donna che sembra vivere fuori dal tempo, dentro un dolore che ha smesso di essere umano.

Un goccio di collirio please…
La casa in cui li accoglie è un luogo sospeso, quasi irreale. C’è un ragazzino che vive lì, silenzioso, chiuso in sé stesso, sempre più distante. Non parla, non reagisce, accumula rabbia come se fosse l’unica cosa che gli resta. È una presenza che cresce nel film, non per quello che dice, ma per quello che trattiene.
E poi c’è lei. La donna. Il cuore oscuro della storia. I suoi gesti sono piccoli e disturbanti. Azioni che non hanno senso immediato, ma che lentamente costruiscono un clima di disagio alterando la percezione degli altri. Porta il ragazzo a dubitare di sé stesso, a sentirsi sbagliato, fuori posto. È una violenza sottile, quasi invisibile.
Accanto a tutto questo, la sorella osserva. Non capisce tutto, ma percepisce abbastanza. E in quel “vedere a metà” dato la sua disabilità, c’è forse la forma più onesta di reazione al mondo che la circonda: sapere che qualcosa non va, anche quando non riesci a definirlo.
Ma Bring Her Back non si ferma qui. A un certo punto il film supera una soglia. Introduce elementi che non cercano più di essere spiegati, ma solo accettati. Oggetti che sembrano appartenere a un’altra realtà, presenze che non dovrebbero essere lì. È in questi momenti che il film si avvicina di più all’horror puro, ma senza mai abbandonare del tutto il suo tono sospeso.
Il problema è che questa accumulazione di elementi finisce per allontanare più che coinvolgere. L’intenzione è chiara: creare un senso di disagio costante. Ma il risultato è una storia che a tratti sembra perdere il proprio centro, come se ogni nuova idea aggiungesse inquietudine senza davvero costruire significato.
TITOLI DI CODA: eppure, in mezzo a tutto disagio, resta qualcosa. Un filo sottile che tiene insieme il racconto: il tentativo di parlare del dolore, di come può trasformarsi, deformarsi, diventare qualcosa di irriconoscibile. La donna non è solo folle, ma è il risultato di qualcosa che si è spezzato e mai ricomposto. Bring Her Back è un film imperfetto, a tratti eccessivo, ma capace di lasciare un segno. Non per ciò che racconta, ma per come lo fa: portando lo spettatore in un luogo scomodo, dove non tutto ha senso e dove non tutto deve averlo. E forse è proprio lì che vuole arrivare. Non a spiegarti cosa sta succedendo. Ma a farti sentire quanto può essere disturbante…quando qualcosa dentro si rompe davvero.
EXTRA: nulla da aggiungere
Mklane
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