
Al momento della notizia dell’uscita di Before Sunset – Prima del Tramonto, seguito di Before Sunrise – Prima dell’Alba, sono stato pervaso da un misto tra soddisfazione e paura.
Soddisfazione perché solo con esso si era data risposta alla grande domanda in sospeso del primo, si sono rivisti (e non sarebbe potuto essere altrimenti, direi).
Paura perché il rischio di intaccare un film così grande era reale e non molto difficile.
I sequel in genere sono sempre rischiosi, non hanno vita propria ma sono figli, per forza di cose, del genitore. E trattandosi di un genere particolare che si lega completamente alle affinità, emozioni ed empatia le possibilità di un mezzo flop erano molto alte.
Niente, ma proprio niente di tutto questo.
Jesse si trova a Parigi per pubblicizzare il suo libro, che non è altro che la narrazione su carta, dal suo punto di vista, del primo incontro con Céline, e durante la spiegazione dello stesso, all’interno di una libreria, gira lo sguardo e la vede.
E iniziano a parlare.
Il film è più maturo e a tratti malinconico ma mantiene quel meraviglioso elemento magico che ha contraddistinto il primo capitolo. Si ritrovano subito, dopo poche parole, è come se avessero tenuto in tasca un sottile e invisibile filo di congiunzione che il tempo non ha né saputo né potuto eliminare.
Le cicatrici dei nove anni passati sono comunque evidenti, soprattutto in Lei, disillusa, cinica, a volte quasi arrendevole. La sua però è un’escalation emotiva, dal far finta di non ricordare, alla negazione dei rapporti, all’ammettere di non aver mai dimenticato. E’ evidente il suo rimorso per non essersi presentata a quell’appuntamento sei mesi dopo dal primo incontro.
Jesse invece, si è presentato quel giorno, e ha vissuto la sua vita di conseguenza. Si getta immediatamente in Lei, come se non aspettasse altro, come se non avesse mai immaginato altro.
Se mai fosse possibile, in questo film ci sono ancora meno comparse che nel primo, è tutto ancor di più incentrato su di loro, ed è la scelta giusta. La loro alchimia è ancora più evidente e rafforzata dal fatto che non ci troviamo più di fronte a due giovani ragazzi in giro per l’Europa, ma di un uomo e una donna ormai formati e con esperienze importanti sulle spalle. I dialoghi hanno lo spessore che è giusto che abbiamo e la contrapposizione con quelli del primo film manifestano, semmai ce ne fosse stato bisogno, una sceneggiatura pensata, curata ma non per questo meno di pancia.
In questo caso Ethan Hawke e Julie Delpy sono accreditati come sceneggiatori, e non solo “di fatto” come nel film precedente.
La scena del Tram che, nella recensione di Prima dell’Alba, ho definita spartiacque, si ripete in questo secondo capitolo, solo che ci si trova all’interno del Taxi, con sullo sfondo le strade di Parigi che scorrono, anziché quelle di Vienna. Anche questo è un momento cardine del film, Cèline abbassa tutta le sue difese, il suo sfogo quasi isterico ha del liberatorio, quasi a scrollarsi di dosso pensieri e domande di 9 anni.
9 anni rappresentati dai quei tre piani di scale che salgono per arrivare all’appartamento di Lei. Quel salire lento e costante, con piccoli fuggiaschi sguardi tra i due, rappresenta, per me ovviamente, come un viaggio del tempo, un ripercorrere tutti i loro momenti, prendendo pian piano coscienza realmente di quello che è stato, di quello che è e di quello che potrebbe essere.
Linklater in questo secondo capitolo, accorcia ancora di più tempi, questa volta avviene tutto in pochissime ore, circa tre, come a rappresentare che più passa il tempo e meno ne hai di tempo, ma comunque sufficiente, per loro, a rincontrarsi pienamente nella loro personalissima linea. Ironia e malinconia sono mischiati perfettamente, insieme a quel sano realismo che ha contraddistinto anche il loro primo incontro, in un percorso a montagne russe che si concilia con le loro personalità. Dirompente il finale, quel “Lo So” sa di felicità e consapevolezza, e, sinceramente (mi ripeto), non poteva essere altrimenti.
Jonhdoe1978
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