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American Psycho (2000) di A Sei Mani

⭐24 Maggio 2025 ⭐ Contrassegnato con: American Psycho, American Psycho Recensione, Recensione American Psycho

American Psyco Interna

Non molto tempo fa con @alessandrocon2esse, si discuteva dell’opportunità o meno di fare il remake di questo film. Lui era a favore, io contro. Rivedendolo, aveva ragione lui.

American Psyco “puzza” di quegli anni in maniera incredibile e devo ammettere che non me lo ricordavo cosi. Il punto non è tanto l’ambientazione (la storia si colloca negli anni ottanta), ma alla diversa percezione/accettazione che lo spettatore di allora (il film è del 2000) aveva rispetto ad oggi. L’abbigliamento, i capelli, il portamento, le abitudini, i biglietti da visita e la musica (la colonna sonora è meravigliosa) appartengono a un pensiero e a un comportamento ormai lontano e che mal si conciliano con la struttura sociale di ora.
E se questi sono i limiti (sul concetto di invecchiamento di un film potremmo aprire un discorso infinito) di tutt’altro impatto sono le motivazioni e le implicazioni emotive che American Psyco (ricordiamo che questo è l’adattamento del romanzo di Bret Easton Ellis) tira fuori. Queste si che sono senza tempo e da qui, appunto, l’idea di un remake. Il senso di vuoto, l’immagine a tutti i costi, l’apparire prima dell’essere, il limite innegabile e inafferrabile tra sogno e realtà, l’avidità e la lussuria sono tutti temi che non possono scomparire se non con l’uomo stesso e quindi sono sempre attuali. Mary Harron e Guinevere Turner, nonostante abbiano più volte dichiarato che avrebbero potuto fare di più soprattutto nell’ultima parte, dal mio punto di vista, sono riusciti a trasmetterli tutti aggiungendo come sfondo il senso di vuoto e apatia di una società vorace e per certi versi indifferente. Il gioco continuo del biglietto da visita vuole appunto essere l’esaltazione dell’inutilità, di come l’effimero e il superficiale possano prendere il sopravvento su priorità e attitudini. La violenza, insieme alla necessità di supremazia, non è altro che il passo successivo per quell’essere qualcuno o qualcosa a cui il film fa riferimento e con il quale malinconicamente si chiude. Tralasciando per forza di cose (e di spazio) sul senso ambiguo di tale fine, che peraltro è il succo e il bello di tutto la storia, penso che nonostante quanto appena detto, l’etichetta di cult ad America Psyco gli sia stata affidata più per la travolgente performance di Christian Bale (da qui la sua carriera cambierà) che altro. La storia, infatti, pur ripetendo che arriva dove voleva, in certi momenti zoppica e lascia qualche incongruenza qua e la, lui no, dal primo all’ultimo minuto. Questo mi porta a pensare (chiudiamo il cerchio) che il vero rischio di un remake non è il contesto e la trama, qualcosa di meglio si può fare, ma la resa del protagonista, e qui la cosa diventerà dannatamente complicata.

Jonhdoe1978

Voto 7.1/10


TRAILER: «Mi piace l’odore del gel la mattina. Sa di yuppie squilibrato.»

TRAMA: American Psycho è la bibbia dei folli col doppiopetto. Un film che te mette davanti a Patrick Bateman, broker newyorkese con la faccia da bravo ragazzo (grazie Christian Bale), che la mattina si spalma la pelle con dieci prodotti diversi e la sera stanza la gente. Na specie di Joker coi soldi e l’abbonamento a “Men’s Health”, che invece de sparà battute, ti spiega la discografia di Huey Lewis and the News mentre t’ammazza a colpi d’accetta.

La cosa assurda è che Bateman non è solo uno psicopatico: è l’incarnazione della società anni 00 (ovviamente annava la farina), quella fatta de apparenze, status, biglietti da visita più importanti della dignità umana. Tutto è superficie: il ristorante figo, la carta intestata, le scarpe lucide. Sotto? Un abisso de vuoto cosmico. E Bale è talmente dentro sto ruolo che pare se sia mangiato un sociopatico vero a colazione. Ride mentre scanna, piange mentre fa addominali, fa monologhi davanti allo specchio con l’occhio spento e lo sguardo da pesce lesso. Un capolavoro d’interpretazione.

Il bello è che non capisci mai se tutto quello che succede è reale o solo un trip mentale, e questa ambiguità rende il film ancora più inquietante. Mary Harron alla regia gioca con lo spettatore come Bateman coi suoi colleghi: ti fa sentire al sicuro e poi te pia a schiaffi.

In sintesi? American Psycho è un film disturbante, un ritratto perfetto di un’epoca impazzita. Patrick Bateman non è solo un personaggio: è l’icona definitiva de chi ha tutto, tranne un’anima. E mo scusate, vado a controllare se il mio biglietto da visita è in Helvetica o in Silian Rail.

Mklane

Voto 7/10


Nel 2000, quando American Psycho di Mary Harron arrivò nelle sale, nessuno poteva prevedere che l’adattamento del controverso romanzo di Bret Easton Ellis sarebbe diventato un film di culto. Eppure, l’opera (inizialmente affidata a nomi come Oliver Stone e David Cronenberg) trovò nella Harron la mano capace di restituirne l’essenza con una freddezza chirurgica.

Una scelta atipica, quella di una regista semi-sconosciuta, ma alla distanza rivelatasi più che azzeccata.

Sullo sfondo della New York reaganiana anni ‘80, tra ristoranti esclusivi, cocaina, gel per capelli e biglietti da visita come status symbol, si muove Patrick Bateman: yuppie impeccabile, narcisista compulsivo, assassino (forse) seriale. Christian Bale, allora semi-esordiente, offre una delle performance più intense e disturbanti della sua carriera, dando vita a un personaggio tanto mostruoso quanto inquietantemente riconoscibile. È proprio nel suo sguardo vuoto, dietro la maschera perfetta, che si intravede il vero orrore: quello della società dell’apparenza, dell’edonismo esasperato, dell’indifferenza emotiva.

Se il romanzo di Ellis scioccava per la sua violenza estrema e il tono sarcastico, Harron e la sceneggiatrice Guinevere Turner optano per una trasposizione più contenuta, declinata come black comedy e satira sociale. Le scene più disturbanti vengono in parte edulcorate (anche a causa dei tagli della versione italiana), mentre la fotografia plumbea di Andrzej Sekuła (Le iene, Pulp Fiction) restituisce alla perfezione il sottile scarto tra realtà e finzione. Il gioco del doppio, i volti indistinguibili, il delirio identitario: tutto concorre a disegnare un mondo dove l’individualità è un’illusione.

Tuttavia, pur mantenendo alcune raffinatezze stilistiche (notevoli la cura per i dettagli d’arredo e abbigliamento, così come la composizione dei piani visivi), il film fatica a rendere la discesa psichica di Bateman qualcosa di realmente inquietante. Il finale, più che lasciare un dubbio sul reale o immaginato, vira sul parossistico, privando l’opera di quella ambiguità destabilizzante che aveva reso il romanzo un’esperienza disturbante e inclassificabile.

Il tempo, però, ha dato ragione alla Harron.

American Psycho è oggi un’opera simbolo, una fotografia allucinata della società occidentale tardo-capitalista, che ha anticipato i narcisismi da social e le nevrosi da prestazione. Non stupisce che si continui a parlarne, né che nel 2002 sia stato realizzato un discutibile sequel, American Psycho II: All American Girl (con una giovanissima Mila Kunis) che però nulla ha da spartire con il materiale originale.

A distanza di 25 anni, e con un remake in preparazione (più giustificato del sequel, perché roba come i “biglietti da visita” risultano fortemente indigesti a chi lo guarda per la prima volta oggi) firmato da Luca Guadagnino, American Psycho rimane un film difficile da superare. Perché raccontare l’orrore sotto l’abito su misura è impresa da veri autori.

Voto 6.9/10

Alessandrocon2esse

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American Psycho

American Psycho
7

Valutazione Complessiva

7.0/10

SCHEDA

  • Regia: Mary Harron
  • Anno: 2000
  • Durata: 102'
  • Genere: Thriller/Horror/Grottesco

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