
Il ring non è mai soltanto un ring, quando a occuparlo è Muhammad Alì.
È un’arena sportiva, certo, ma anche un tribunale morale, un palcoscenico politico, una camera di risonanza per l’America degli anni ‘60 e ‘70.
Michael Mann lo capisce perfettamente e costruisce Alì non come una biografia tradizionale, ma come un grande blocco di “storia in movimento”, un film che preferisce inseguire il respiro di un’epoca piuttosto che ordinare cronologicamente la vita del suo protagonista. L’arco scelto è quello cruciale, dal 1964 al 1974: dalla vittoria contro Sonny Liston alla riconquista del titolo mondiale nello Zaire contro George Foreman. Dieci anni, due combattimenti, due corse, due immagini speculari di un uomo che da atleta diventa simbolo, da simbolo bersaglio, da bersaglio leggenda.

La prima qualità del film è proprio questa: la consapevolezza di non poter “spiegare” Muhammad Alì una volta per tutte. Mann non ambisce al santino né alla ricostruzione didascalica. Si muove invece per blocchi emotivi, fratture, ellissi, improvvise accensioni visive. L’incipit alterna l’allenamento notturno di Cassius Clay alla voce di Sam Cooke, mentre intorno si avvertono già tensioni razziali, inquietudini urbane, presagi di un Paese sul punto di esplodere. Da subito musica, rumori ambientali, corpi e memoria storica si fondono in una materia unica, pulsante, quasi febbrile. È una dichiarazione di poetica: ciò che interessa al regista non è soltanto il campione, ma il campo magnetico che il campione genera intorno a sé.
Il film segue Clay nel momento in cui diventa campione dei pesi massimi battendo Liston, ma soprattutto nel passaggio, assai più profondo, da Cassius Clay a Muhammad Alì. La conversione all’Islam, il rapporto con Malcolm X, l’adesione alla Nation of Islam, il rifiuto del nome ricevuto dalla storia schiavista americana: Mann concentra in poche sequenze una trasformazione identitaria enorme. Non sempre l’approfondimento è pari alla complessità dei temi. Il legame con Malcolm X, interpretato con intensità da Mario Van Peebles, avrebbe forse meritato maggiore respiro, così come restano volutamente opache le zone di potere, sospetto e manipolazione che circondano il protagonista. Ma questa parziale reticenza è anche il risultato di una scelta precisa: raccontare il mondo non dall’alto della ricostruzione storica, bensì attraverso ciò che Alì vede, percepisce, subisce.

In questo senso Alì è forse uno dei film più coerenti di Mann. Il suo cinema ha sempre raccontato professionisti assoluti, uomini che costruiscono sé stessi attraverso una disciplina quasi ascetica e che vivono il proprio codice morale come una condanna.
Muhammad Alì rientra perfettamente in questa galleria: non è solo un pugile dotato di talento sovrumano, ma un individuo che decide di pagare in prima persona il prezzo delle proprie convinzioni. Il rifiuto di arruolarsi per il Vietnam, la condanna, la sottrazione del titolo, gli anni lontano dal ring trasformano la sua parabola sportiva in una lotta civile. La battaglia più dura non è necessariamente quella contro Foreman, ma quella contro un sistema che pretende obbedienza e punisce l’insubordinazione.
Mann rende questa caduta senza compiacimento melodrammatico. Anzi, una delle forze del film sta nella sua capacità di trattenere l’enfasi, di non trasformare ogni passaggio in un comizio o in un’apoteosi. La politica è ovunque, ma raramente viene enunciata in modo frontale. Sta nei corpi, negli sguardi, nelle strade, nei notiziari, nelle camere d’albergo, nel rapporto mutevole tra Alì e la sua gente. Il film non approfondisce sempre i nodi ideologici con la stessa precisione con cui li evoca, e in alcuni momenti la sceneggiatura appare più interessata alla traiettoria mitica che alla densità delle contraddizioni.
Tuttavia, proprio questa dimensione mitopoietica consente a Mann di evitare la rigidità del biopic illustrativo.

La messa in scena è di livello altissimo. I combattimenti, in particolare, appartengono al meglio del cinema pugilistico contemporaneo. Il paragone con Toro scatenato di Martin Scorsese è inevitabile, ma Mann procede in direzione diversa rispetto al regista newyorkese. Là il ring era gabbia mentale, spazio espressionista, luogo di autodistruzione; qui diventa dispositivo percettivo. La macchina da presa entra nel combattimento, cerca il punto di vista dei pugili, intercetta il colpo, il respiro, il lampo dello sguardo.
Microcamere, macchina a mano, digitale nelle scene notturne, fotografia di Emmanuel Lubezki lievemente sbiadita e materica: tutto concorre a dare l’impressione di un passato non museale, ma riattivato davanti ai nostri occhi. Non una cartolina d’epoca, bensì una memoria che torna a vibrare.
Il match iniziale contro Liston ha già la potenza di una scena madre, eppure per Mann è solo il varco d’ingresso. La vera costruzione epica si compie a Kinshasa, quando Alì arriva nello Zaire per affrontare Foreman, cui Charles Shufford conferisce una presenza fisica compatta, minacciosa, quasi monolitica. Prima di quel momento, anche la figura di Frazier, incarnata da James Toney, serve a ricordare quanto la parabola di Alì sia segnata non soltanto dalle vittorie, ma da un continuo confronto con avversari che ne ridefiniscono il mito. Foreman è più giovane, più potente, apparentemente invincibile: non un semplice antagonista sportivo, ma l’ostacolo definitivo attraverso cui il protagonista deve misurare ciò che è diventato.
Qui il film trova alcune delle sue immagini più memorabili: la corsa tra la folla africana, i graffiti che lo trasformano in figura liberatrice, il grido “Ali bomaye” che non è semplice tifo, ma riconoscimento politico, affettivo, quasi rituale. In quella corsa il protagonista comprende definitivamente la portata del proprio mito. Non combatte più soltanto per sé, né solo per riconquistare una cintura: combatte perché milioni di persone hanno proiettato su di lui un desiderio di riscatto.

Will Smith sostiene il peso del film con una prova sorprendente, sicuramente una delle più mature della sua carriera.
Il rischio era enorme: imitare Alì significava cadere nella caricatura, smorzarne la grandezza oppure ridurla a repertorio di frasi celebri, spacconate e movenze atletiche. Smith lavora invece su due livelli. Da un lato restituisce la teatralità del campione, la parlantina in rima, la vanità, il gusto della provocazione; dall’altro lascia filtrare una malinconia inattesa, una rabbia trattenuta, una crescente solitudine. Il suo Alì non smette mai di esibirsi, ma Mann sa coglierlo soprattutto quando il personaggio resta senza pubblico, quando la maschera del più grande comincia a coincidere dolorosamente con la responsabilità di esserlo davvero.

Attorno a lui si muove un cast solido, spesso decisivo nel dare corpo alle diverse pressioni che agiscono sul protagonista. Jon Voight, quasi irriconoscibile, offre a Howard Cosell un misto di affetto, ironia e intelligenza professionale che ne fa una delle presenze più riuscite del film. Jamie Foxx, nei panni di Drew “Bundini Brown”, porta energia e stravaganza senza spezzare l’equilibrio complessivo. Ron Silver tratteggia Angelo Dundee come una figura tecnica e pragmatica, l’allenatore che resta ancorato al ring mentre intorno ad Alì si muovono tensioni politiche e identitarie ben più grandi dello sport. Mykelti Williamson dà invece a Don King il giusto peso ambiguo di promotore e manovratore, presenza funzionale a quel sistema spettacolare ed economico che il film osserva senza mai separarlo del tutto dalla leggenda. Prezioso anche Giancarlo Esposito nel ruolo di Cassius Marcellus Clay Sr., padre del protagonista: una figura breve ma significativa, utile a far emergere le radici familiari, sociali e culturali da cui il giovane Clay prende le distanze per inventare sé stesso.
Le figure femminili, da Sonji Roi a Veronica Porche, rispettivamente portate sullo schermo da Jada Pinkett Smith e Michael Michele, restano invece più laterali, talvolta sacrificate dalla vastità del progetto. Mann le inserisce come frammenti di una vita privata instabile, attraversata da desiderio, contraddizioni e fughe, ma il baricentro rimane altrove: nella costruzione pubblica e interiore di un uomo che non può più appartenere solo alla propria figura.

L’ultimo incontro, il celebre “Rumble in the Jungle”, è il naturale punto di arrivo di questa traiettoria.
Mann lo filma come una prova di intelligenza, non soltanto di forza. Alì assorbe, osserva, aspetta, inventa la propria vittoria nel momento stesso in cui sembra subirla. La regia riduce progressivamente il superfluo, lascia emergere lo stato di concentrazione del protagonista, trasforma il combattimento in una forma di conoscenza. Quando la pioggia arriva a suggellare il trionfo, l’effetto non è quello di una facile catarsi hollywoodiana, ma di un battesimo laico: l’uomo che aveva perso titolo, status e centralità torna campione perché non ha mai smesso di riconoscersi.
Alì non è un film perfetto… sia chiaro. Alcuni passaggi politici sono più evocati che sviluppati, certe ellissi possono lasciare scoperti snodi decisivi, e la durata imponente non impedisce qualche squilibrio tra affresco storico, ritratto privato e racconto sportivo. Ma la forza del progetto sta proprio nella sua ambizione: Mann non vuole confezionare la biografia definitiva di Muhammad Alì, vuole farci sentire cosa significava attraversare quel decennio accanto a lui, dentro il rumore della Storia e nel silenzio improvviso prima di un colpo.
Il risultato è un’opera intensa, fisica, elegante, a tratti monumentale, capace di fondere sport, politica e mito senza cedere troppo alla retorica.
Un grande film imperfetto su un uomo che fece dell’imperfezione, dell’orgoglio e della volontà una forma irripetibile di grandezza.
Alessandrocon2esse
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